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Test della personalità? I più utilizzati nel mondo del lavoro

Riflessi di Lydia

I test della personalità possono essere utilizzati in diversi ambiti, dal reclutamento allo sviluppo personale, fino alla ricerca. Ma sono davvero utili?

Chi non ha mai fatto un test della personalità?


Devo ammetterlo, mi piacciono molto, anzi li adoro. C’è qualcosa di incredibilmente magnetico nel mettersi a nudo e nel cercare risposte tra le righe di un profilo psicologico.


Che si tratti di un questionario professionale, di una valutazione psicologica o di uno dei classici test da ombrellone che promettono di rivelare "chi sei davvero", credo che quasi tutti, almeno una volta nella vita, abbiano ceduto alla curiosità.

E, in fondo, capisco il perché.


L'essere umano ha un bisogno profondo di comprendersi. Vuole dare un nome ai propri comportamenti, trovare spiegazioni alle proprie reazioni, capire perché si sente diverso dagli altri o perché alcune situazioni sembrano ripetersi nella sua vita.

Così rispondiamo a domande, scegliamo opzioni, assegniamo punteggi e attendiamo il verdetto finale.

Introverso o estroverso.

Razionale o emotivo.

Capo o collaboratore.

Creativo o metodico.

Come se poche parole potessero racchiudere la complessità di un'esistenza.


Nonostante questa apparente semplificazione, i test della personalità possono avere una loro utilità.

A volte ci aiutano a osservare aspetti di noi che avevamo trascurato. Altre volte confermano intuizioni che già possedevamo. In alcuni casi ci offrono persino un linguaggio per descrivere ciò che sentiamo ma non sappiamo esprimere.


Il problema nasce quando iniziamo a identificarci completamente con il risultato ottenuto.


Ho notato che molte persone leggono il proprio profilo come fosse una sentenza. Come se un questionario potesse stabilire definitivamente chi sono, cosa possono fare e persino quali limiti avranno per il resto della vita.


Ma siamo davvero riducibili a una categoria?


La personalità è molto più sfuggente di quanto vorremmo credere.

Cambiamo con le esperienze.

Cambiamo con le persone che incontriamo.

Cambiamo attraverso le difficoltà, le delusioni, le scoperte e le consapevolezze che maturiamo nel tempo.


Chi siamo oggi non coincide necessariamente con ciò che eravamo cinque anni fa, e probabilmente non coinciderà con ciò che saremo tra cinque anni.


Per questo guardo ai test della personalità come a una fotografia.

Una fotografia può raccontare qualcosa di vero, ma non racconta tutta la storia.

Mostra un istante, non l'intero viaggio.


Anche nel mondo del lavoro questi strumenti vengono utilizzati sempre più spesso. Le aziende cercano di comprendere meglio candidati e collaboratori attraverso modelli come il Myers-Briggs, il Big Five, il DISC, il 16PF e molti altri.


Possono offrire indicazioni interessanti, ma nessun test dovrebbe sostituire l'osservazione diretta, il dialogo e la conoscenza approfondita di una persona.


Perché dietro ogni profilo, ogni punteggio e ogni classificazione c'è un essere umano infinitamente più complesso delle caselle in cui viene inserito.


Forse, la vera consapevolezza non consiste nel trovare finalmente l'etichetta giusta, ma nel comprendere che non siamo un'etichetta.

Siamo un processo, un continuo divenire.

E se i test possono aiutarci a fare luce su qualche angolo della nostra personalità, ben vengano, a patto di non dimenticare che c'è sempre molto altro da scoprire, su noi stessi e sugli altri.

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