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Festa del papà

Riflessi di Lydia

Accanto a tanti padri virtuosi, premurosi, presenti, attenti e amorevoli, esiste purtroppo anche una folta schiera di padri ben meno lodevoli. È meglio un padre assente o un cattivo padre?

Oggi è la festa del papà, e mi torna in mente una frase semplice, quasi infantile nella sua purezza: «Caro papà, sei il migliore del mondo, sei il mio eroe». Sarebbe bello se queste parole potessero essere dette da ogni figlio o figlia senza esitazioni, con sincerità, senza ombre.


Accanto a padri presenti, affettuosi, capaci di cura e responsabilità, esistono però anche padri che non riescono a incarnare questa immagine. E questa distanza, a volte, resta un tema difficile da nominare senza cadere nel giudizio.


Fare il padre non dovrebbe essere un destino automatico. Eppure, in molte realtà, la genitorialità viene ancora vissuta come un passaggio inevitabile, più sociale che consapevole.


Mi chiedo, spesso e volentieri, quanto dolore si potrebbe evitare se la scelta di avere un figlio fosse sempre preceduta da una reale assunzione di responsabilità, verso il bambino e verso la madre.


La paternità, quando è sentita, non è solo generazione: è presenza, cura, continuità. È ciò che resta nel tempo, non solo ciò che inizia.


Oggi si celebra anche San Giuseppe, figura simbolica della paternità e delle relazioni famigliari. Ma al di là delle ricorrenze, mi domando cosa significhi davvero "festeggiare un padre". E chi, tra i padri, si senta davvero rappresentato da questa idea.


Esistono certamente padri amorevoli, costanti, capaci di costruire legami profondi. E per molti figli, la gratitudine è naturale e spontanea. Ma esistono anche storie diverse, meno raccontate, in cui la figura paterna è stata assente, fragile o incompleta.

E allora la domanda si sposta: Che cosa resta, quando manca un padre? E, soprattutto, è sempre una mancanza?


Mi torna in mente una provocazione di Simone de Beauvoir, che ridimensiona l’idea stessa della paternità come funzione automatizata e garantita.

«Parfois, le père s'occupe de sa progéniture, phénomène assez fréquent chez les poissons» (in italiano, «A volte il padre si prende cura della propria prole, un fenomeno piuttosto frequente tra i pesci»).

E da lì nasce anche una riflessione più scomoda: quella sui padri che scelgono di non esserci, lasciando che la genitorialità ricada interamente sull’altra figura.


In questi casi, la questione non è solo emotiva, ma anche etica. Non tanto "che tipo di padre è stato", ma se sia stato padre in senso pieno, o solo biologico.

Eppure, anche qui, le storie non sono tutte uguali. Ci sono figli che crescono senza una presenza paterna e non per questo si sentono necessariamente mancanti.

A volte, l’assenza non diventa ferita, ma struttura. Non sempre lascia vuoti: a volte costruisce autonomie inattese.


Mi domando quanto spazio ci sia per raccontare anche questo, senza semplificare tutto in una sola narrazione.


Se dovessi immaginare una lettera, non sarebbe una lettera di dolore, ma qualcosa di più sospeso.

Una voce che riconosce un’assenza volontaria, senza trasformarla per forza in ferita:

«Non ti ho conosciuto davvero. Sei rimasto una possibilità mai diventata presenza. Non ti porto dentro come una mancanza, ma come un dato della mia storia. E in qualche modo, anche questo ha contribuito a formarmi. Ho imparato a stare nel mondo senza aspettarti. E questo, nel bene o nel male, mi appartiene».

(La lettera estesa si trova qui).


Non c’è idealizzazione, ma nemmeno necessariamente rancore. Piuttosto, una forma di realtà accettata per quello che è.


Forse, è questo il punto più difficile da nominare: non tutte le assenze chiedono riparazione. Alcune chiedono soltanto di essere comprese.

E allora la riflessione torna più ampia, meno personale e più umana: cosa significa essere padre, davvero? E quanta parte di questa risposta dipende dalla presenza, e quanta dalla responsabilità?

E la domanda non è solo «Che tipo di padre hai avuto?», ma anche «Che tipo di presenza scegli di diventare, se un giorno toccherà a te esserlo?».

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Le riflessioni proposte in questa pagina del Diario sono solo un punto di partenza. Nel mio libro "Vivere in piena consapevolezza a 360°"approfondisco il legame tra affetti e il tempo vissuto, offrendo spunti per costruire relazioni più consapevoli e genuine.



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