
Riflessi di Lydia
Difendere chi sceglie di allontanarsi da un famigliare tossico non significa distruggere la famiglia, ma riconoscere il diritto di ogni persona a proteggere la propria salute emotiva e la propria dignità.
Non più tardi di ieri sera ho seguito un programma televisivo di interviste a personaggi noti. In una di queste, la conduttrice appariva quasi incredula davanti alle parole dell'ospite, una donna che, dopo anni di sofferenze provocate dal figlio, raccontava con consapevolezza di non provare più amore nei suoi confronti. Non c'era rabbia nelle sue parole, ma la pace di chi aveva aperto gli occhi e accettato la cruda e nuda realtà dei fatti.
Poco tempo fa ho assistito a una scena molto simile in un'altra trasmissione. Una figlia spiegava di aver deciso di interrompere ogni rapporto con il padre a causa dei continui comportamenti malevoli subiti nel corso degli anni. Aveva illustrato con lucidità le sue motivazioni, chiarendo che quella scelta era stata necessaria per salvaguardare il proprio equilibrio emotivo e mentale.
Nonostante ciò, la conduttrice, quasi incapace di accogliere obiettivamente quella decisione, continuava a ripeterle: «Ma è pur sempre tuo padre!».
Questa esclamazione, del tutto ovvia e ininfluente, racchiude una delle convinzioni più radicate e dannose della nostra cultura: l'idea che il legame di sangue sia, di per sé, sinonimo di amore, rispetto, protezione e lealtà. Purtroppo, la realtà racconta ben altro.
Ne ho parlato nel mio libro Vivere in piena consapevolezza a 360°, nel capitolo dedicato ai parenti.
Può certamente dispiacere apprendere di una rottura famigliare. Ma il dispiacere non autorizza nessuno a sentenziare su una scelta tanto delicata.
La famiglia non è automaticamente un luogo di armonia, sicurezza e sostegno. Esistono genitori, figli, fratelli, sorelle e altri famigliari che snobbano, manipolano, feriscono, umiliano, sfruttano o perseguono esclusivamente i propri interessi, senza alcun riguardo per il benessere dell'altro.
È proprio per questo che mi colpisce vedere personaggi pubblici, seguiti da milioni di persone, assumere atteggiamenti intrisi di un buonismo tanto superficiale quanto pericoloso. Si mostra comprensione e solidarietà verso chi si è comportato male, mentre si guarda con sconcerto, se non addirittura con condanna, chi ha avuto il coraggio di tagliare i ponti per proteggersi. Come se fosse quest'ultimo il colpevole.
Il punto è che nessuno, dall'esterno, può effettivamente capire cosa succede in seno a una famiglia. Nessuno è in grado di conoscere le dinamiche che si sono instaurate nel tempo, né di sapere quanti anni di manipolazioni, umiliazioni, ricatti emotivi, violenze psicologiche o tradimenti abbiano preceduto una decisione così radicale.
Interrompere un rapporto con un famigliare è quasi sempre una decisione ragionata e sofferta, raramente impulsiva. Spesso arriva dopo aver tentato il dialogo, la riconciliazione, la comprensione e numerosi compromessi.
Per questo trovo ingiusto che chi ascolta una testimonianza senta il bisogno di giudicare, appellandosi a una retorica che idealizza la famiglia a ogni costo.
Dire e ribadire che «è pur sempre tua sorella», «è pur sempre tuo padre» o «ma si tratta di tuo figlio» non risolve il conflitto, né cancella il problema o il dramma vissuto. Anzi, rischia di incolpare ulteriormente chi ha già sofferto abbastanza.
Un "cuore di mamma" non può e non deve sopportare tutto da un figlio o da una figlia, così come chiunque tenga al proprio benessere non dovrebbe sacrificare la propria salute fisica ed emotiva in nome di un legame di sangue.
Ogni persona ha il diritto di decidere chi includere nella propria vita, chi rendere partecipe della propria quotidianità, a chi dedicare tempo, fiducia e affetto. Questo diritto non dovrebbe decadere semplicemente perché la persona che ci ferisce condivide il nostro cognome o il nostro patrimonio genetico.
Le relazioni sane si fondano sulla reciprocità, sul rispetto, sull'onestà, sull'ascolto e sulla volontà di condividere e volersi bene. Quando questi elementi vengono meno in modo sistematico, il legame biologico non può diventare un obbligo morale a tollerare qualsiasi abuso.
La vera empatia non consiste nel difendere a prescindere l'idea della famiglia, ma nel rendersi conto che ogni storia è diversa e che, talvolta, il gesto più difficile e più valoroso è proprio quello di allontanarsi. Perché scegliere la propria serenità non significa rinnegare il senso e il significato della famiglia; significa riconoscere che ognuno è responsabile delle proprie parole e azioni, nel bene e nel male. E nessuna relazione, per quanto stretta, può pretendere di sopravvivere quando viene alimentata soltanto dalla sofferenza.

