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MI È STATO CHIESTO...

DOMANDE SU SCRITTURA, VISIONE E CONSAPEVOLEZZA

Questo spazio raccoglie e ordina tutte le domande che mi sono state rivolte, nel corso della mia lunga carriera di scrittrice, e non solo, da straordinari intellettuali, giornalisti e conduttori televisivi e radiofonici. Si tratta di dialoghi intensi dedicati alla letteratura e alla figura dello scrittore italiano, avuti a partire dagli anni duemila all'interno di storici eventi letterari e culturali. Questo archivio ha un valore immenso, poiché di queste interviste non esistono più registrazioni audio accessibili, rendendo i testi qui presenti l'unica testimonianza scritta rimasta di quei momenti.

 

Rileggendo queste righe potrai ritrovare lo spirito giocoso di Giampiero Dalle Molle, giornalista, editore, ideatore e direttore della rivista narrativa Inchiostro, con cui ho avuto il piacere di collaborare per diverso tempo; le conversazioni intime guidate dal giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano Gabriele La Porta, che nei suoi approfondimenti filosofici e letterari su Rai Notte e sui canali Rai Radio sapeva indagare l'anima di chi scrive; i dialoghi d'autore con il giornalista, disc jockey e scrittore italiano Massimo Cotto, che nei suoi speciali culturali ha sempre messo al centro la narrazione e la parola; fino alle interviste nate nei programmi di Rai Radio 3, la casa dei libri e della saggistica italiana in quegli anni. Rileggere queste domande oggi non è solo un modo per ripercorrere la mia storia autoriale, ma rappresenta anche un sincero tributo alla memoria di quelle grandi voci che hanno saputo tracciare una rotta indimenticabile nella divulgazione culturale italiana.

MACCHIE D'INCHIOSTRO

Mi è stato chiesto...

In questa pagina sono raccolte le risposte alle domande che mi sono state rivolte da Giampiero Dalle Molle, giornalista, editore, ideatore e direttore della rivista narrativa Inchiostro, con cui ho avuto il piacere di collaborare per diverso tempo.

È uno spazio di approfondimento nato per esplorare da vicino il mio approccio alla parola, la mia visione culturale e il legame profondo tra la mia vita e la consapevolezza.

Arte e scrittura

 

Intervistatore: Lydia, se dovessi guardarti allo specchio e raccontare a chi non ti conosce l'esatto momento in cui la tua penna, le immagini dell'arte e le luci del palcoscenico hanno smesso di essere un semplice contorno e sono diventate la tua stessa pelle, come descriveresti quel primo, indelebile inchiostro che ha segnato la tua strada?

Dott.ssa Lydia: Nasco artisticamente come scrittrice di poesie, romanzi e brevi racconti di fantasia, per poi evolvermi come sceneggiatrice e regista. Fin da bambina ho mostrato una multipotenzialità, con una particolare inclinazione per gli studi umanistici e le arti. Perciò, ho seguito anche corsi di musica, web design, montaggio digitale e teatro. Sono sempre stata guidata da una grande curiosità, e la mia poliedricità mi ha spinto a esplorare diverse discipline.

Intervistatore: Senti Lydia, diciamoci la verità senza farci sentire dai critici snob, ma in questo manicomio dell'arte italiana, tra mostre d'avanguardia comprensibili solo a chi le dipinge e teatri che resistono eroicamente, siamo all'anno zero o c'è ancora speranza di salvare la baracca? Chi sta vincendo oggi, il genio o il caos?

Dott.ssa Lydia: Un problema comune a tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo, e non solo, è che l’Italia non investe abbastanza nella meritocrazia e nella possibilità di far emergere artisti talentuosi e sconosciuti. Fare cinema in Italia, come in qualsiasi altra professione di rilievo, è una sfida, soprattutto per le donne. Sui media, nel web, in televisione o al cinema, sembra che i posti di lavoro siano riservati a una ristretta élite, ed è per questo che la soddisfazione è ancora più grande quando si riceve un riconoscimento da un pubblico che apprezza il tuo lavoro. Si dovrebbe intraprendere qualsiasi carriera per passione e vocazione, non per le fluttuazioni del mercato del lavoro. Spesso si rischia di lavorare anche gratuitamente, specialmente all'inizio, facendo gavetta, arricchendo il curriculum, accumulando esperienza e imparando il più possibile con spirito di sacrificio, ma anche con coraggio e determinazione, nella speranza che questo porti a una futura stabilità lavorativa. Lo Stato, o chi per esso, dovrebbe fare di più per incentivare i giovani e supportare anche i professionisti più esperti che si trovano in una fase di "crisi" lavorativa.​​

​Italia e istituzioni

Intervistatore: Senti un po', sei una ragazza centrata e intelligente, così mi permetto di uscire dal nostro guscio di storie e palcoscenici per guardare là fuori. Tu ci credi ancora a questa grande messinscena dello Stato, delle istituzioni e di chi ci governa, o hai l'impressione che stiamo tutti quanti recitando un copione già scritto? E se fossi tu a dover salire in cattedra, da dove cominceresti a rimettere in piedi la baracca per farci tornare la voglia di fidarci?

Dott.ssa Lydia: Che bella provocazione, Giampiero. Mi fa piacere che tu mi veda così, e allora ti rispondo senza filtri, proprio come piace a te. La distanza tra cittadini e governanti è enorme. Dall'alto delle loro poltrone, molti politici sembrano preferire vivere in un mondo ideale, raccontando storie con finali felici per mantenere il loro posto alle prossime elezioni. Non si tratta di partiti o orientamenti politici, ma di mentalità. Non si può riporre fiducia in promesse non mantenute, verità nascoste e corruzione.

Affrontare le questioni apertamente è rischioso e impopolare, ma se nessuno ha il coraggio di cambiare la situazione attuale, agevolando l'andazzo generale, le cose continueranno a peggiorare e i cittadini si allontaneranno sempre di più dalle urne elettorali.

Intervistatore: Senti Lydia, quando dici "andazzo generale", buttiamo via i massimi sistemi e parliamo come mangiamo: cosa intendi di preciso? Qual è la goccia quotidiana che rischia di farti traboccare il vaso? È la pigrizia culturale che vedi in giro, questa fretta superficiale che si mangia ogni cosa, o semplicemente il fatto che ci stiamo abituando a veder andar tutto a rotoli con un’alzata di spalle?

Dott.ssa Lydia: Mi riferisco a certi comportamenti e manifestazioni diffuse di costume sociale: la sporcizia per le strade, il degrado urbano, la piccola delinquenza, il menefreghismo, le ingiustizie sociali e l'insofferenza sono, a mio avviso, tutti segnali di una scarsa fiducia e speranza per il futuro. C'è troppa indifferenza, troppe regole ignorate, troppo lassismo e buonismo. Non voglio entrare nei dettagli, altrimenti non finisco più, ma tutto può essere salvato e migliorato se si comprende che la collettività e il bene comune sono valori che nascono dall'azione di ogni singolo cittadino. È fondamentale ritrovare l'entusiasmo, le motivazioni, e serve quel coraggio che sembra un po' mancare.

Intervistatore: Con questa bella testa che ti ritrovi e questa consapevolezza che smonterebbe pure un blocco di marmo, dimmi la verità: non ti è mai balenata per la mente l'idea bislacca di buttarti in politica? O hai troppa paura che, per entrare in quel palcoscenico lì, saresti costretta a svendere l'anima e a recitare la parte della finta tonta?

Dott.ssa Lydia: Sì, quando pensavo di essere un'invincibile combattente pronta a cambiare il mondo; non mi sono laureata in Scienze politiche internazionali per caso! Ho trascorso diversi anni lavorando nelle istituzioni e in aziende legate al mondo politico, ma poi mi sono orientata verso altri interessi. Tuttora, però, seguo con attenzione la politica; mi affascina e mi appassiona, e anche se solo con il mio voto cerco di contribuire al programma di governo che considero più giusto e in linea con la mia visione di nazione.

Intervistatore: Ma... in questo grande mercato delle vacche dove tutti sventolano bandiere e nessuno legge più un libro, se tu dovessi guardare dentro alla scatola dei tuoi valori più cari: l'onestà, la cultura, il rispetto per la persona, ci sarebbe un partito là fuori in cui riusciresti a specchiarti senza provare un brivido di vergogna? O pensi che oggi, per uno spirito libero e pulito come il tuo, la tessera politica più onesta sia quella della propria coscienza?

Dott.ssa Lydia: O mio Dio, cosa mi stai chiedendo... Il voto è segreto e, per quanto mi riguarda, deve rimanere tale. Ho le mie preferenze e le mie idee politiche che desidero tenere per me. Un personaggio pubblico ha la responsabilità delle proprie parole, azioni e comportamenti, decidendo cosa divulgare e cosa no. Ho sempre mantenuto un certo pudore e riservatezza riguardo alla mia vita intima e privata in ogni suo aspetto. Religione, politica e fede calcistica sono temi divisivi che preferisco non affrontare con persone che non conosco e non mi conoscono bene. È una scelta che faccio ogni giorno. Con i miei scritti, video e articoli, esce una parte di me, è inevitabile, ma non voglio che le mie opere vengano influenzate né dalle mie caratteristiche fisiche né dalle mie opinioni personali. Le mie creazioni devono avere una vita propria.

Intervistatore: Ma allora dimmi, Lydia, è proprio per difendere questa tua pulizia interna che ti si vede così poco in giro a fare passerella? È una scelta precisa per evitare di farti contaminare da questo teatrino delle vanità, o semplicemente preferisci far parlare le tue opere lasciando che il resto del mondo si azzuffi sotto i riflettori?

Dott.ssa Lydia: Da un po' di tempo ho la possibilità di creare anche senza dover essere fisicamente presente. Lavoro molto con la tecnologia e l'uso di strumenti informatici, e questo rappresenta un grande vantaggio, ovunque mi trovi. Ho già avuto la mia dose di popolarità e mi basta. Mi piace spostarmi, viaggiare, scoprire nuovi posti e conoscere nuove persone, senza necessariamente mettermi in mostra o cercare di farmi riconoscere. Non ho un ego smisurato né complessi da superare. Ho scelto di non diventare eccessivamente "famosa" per proteggere la mia intimità famigliare e il mio equilibrio. Non ho bisogno di apparire solo per il piacere di essere ammirata; non sento la necessità di mostrarmi in pubblico se non per motivi che considero validi. Sono io a decidere quando e se è opportuno farlo. Anche questa è una scelta che, sebbene non mi porti maggiore notorietà e quindi più guadagni, mi regala molta più serenità e tempo da dedicare ai miei affetti.

Intervistatore: Là fuori, in questo ambiente dove se non urli non esisti, come viene masticato questo tuo startene in disparte? Ti guardano come una mosca bianca da ammirare per la tua coerenza, o i soliti soloni della critica ti bollano come una snob che se la tira e non vuole mischiarsi con la plebe?

Dott.ssa Lydia: Nel mondo dello spettacolo si vive molto di mondanità. Va bene la mondanità, va bene la vita ritirata, dipende da cosa si cerca e si desidera. Non ho bisogno di essere onnipresente, ed essendo molto selettiva scelgo ciò che è meglio per me in quel determinato periodo della mia vita. Sono una persona molto libera. È vero che chi non si vede, spesso, tende a essere dimenticato facilmente, ma a volte è anche bello uscire di scena per un po'.

​​​Donna e società

Intervistatore: Vedi Lydia, oggi ti guardo e vedo donne finalmente padrone del proprio destino: sicure, emancipate, sedute sulle poltrone dove si decide il gioco. Una bellissima conquista, per carità. Ma lasciando stare i proclami dei convegni, parliamoci da amici. In questa corsa a ostacoli per prendervi il vostro posto al sole, cosa vi è rimasto incastrato tra i denti? Secondo te, a cosa avete dovuto rinunciare per dimostrare di essere all'altezza di un mondo che, sotto sotto, è ancora pensato da e per gli uomini?

Dott.ssa Lydia: Ho scritto molti articoli su temi come la maternità, la vita di coppia e il lavoro femminile. Faccio fatica a riconoscermi nel prototipo della donna che la società e le stesse donne hanno creato oggi. Per sfuggire a un padre-padrone o a un marito tiranno, la donna si ritrova spesso chiusa in un ufficio o in una fabbrica, sotto la supervisione di un capo, per lo più maschio e maschilista, o peggio una donna mascolinizzata, con uno stipendio e una futura pensione inferiori a quelli dei colleghi uomini. Onestamente, non considero questo un segno di emancipazione. Certo, l'aspetto economico e l'indipendenza hanno la loro importanza, ma se il prezzo da pagare è una vita dedicata esclusivamente al lavoro sottopagato, un marito assente o in competizione con lei, un figlio cresciuto davanti a uno schermo e una serie di frustrazioni, non vedo un reale miglioramento. L'emancipazione dovrebbe mirare a ottenere un riconoscimento del ruolo femminile sia in famiglia che nella società, con parità di diritti, opportunità e libertà di scelta, senza confondere i ruoli che devono rimanere distinti tra uomo e donna. A mio avviso, le donne di oggi hanno sacrificato molto dei loro lati più caratteristici per diventare delle brutte copie maschili, confondendo la forza del carattere con l'aggressività, la femminilità con la volgarità, la determinazione con la sopraffazione, senza contare la perdita di rispetto e considerazione da parte degli uomini.

Intervistatore: Allora, parliamo un po' di noi maschietti, che davanti a voi donne "forti" spesso sembriamo dei soldatini di piombo sotto la pioggia. Ma di cosa abbiamo paura esattamente? È il terrore che ci ribaltiate il tavolo delle nostre vecchie certezze, o semplicemente che, abituati da secoli a fare i registi, oggi non sappiamo più che parte recitare quando la protagonista assoluta della scena siete voi?

Dott.ssa Lydia: L'uomo, più che la tempra, teme l'atteggiamento contraddittorio, aggressivo e arrogante della donna. Ha sempre percepito il suo controllo su di lei come una forma di "forza", mentre lei è stata educata da secoli a essere dolce, indifesa e accomodante. D'altro canto, la donna ha cominciato ad adottare comportamenti considerati "maschili", utilizzando un linguaggio scurrile e mostrando un comportamento disinibito, compreso l'abuso della sessualità del suo corpo e di vizi come sigarette e alcolici, tutto in nome di una libertà mal interpretata. Questo cambiamento destabilizza l'uomo e contribuisce a una degenerazione della figura femminile confusa o "persa".

Intervistatore: Quando dici che la donna si è "persa", non vorrei che i benpensanti là fuori fraintendessero. Spiegami bene questo labirinto: in che senso si è persa? Si è persa perché, per inseguire i modelli di successo dei maschi, ha smarrito la mappa della propria unicità, o perché si ritrova in mano un copione nuovo di zecca, ma senza le istruzioni per capire dove andare a parare?

Dott.ssa Lydia: La donna ha sempre dovuto affrontare da sola le sue battaglie per il cambiamento, per raggiungere obiettivi e conquiste, ma ora si aspetta che l'uomo la comprenda. Il problema è che nemmeno lei sa più perché debba lavorare e guadagnare meno del suo collega maschio, perché le vengano offerte meno opportunità, perché asilo nido, nonni e tate le abbiano sottratto il suo ruolo primario di madre e educatrice, perché non trovi solidarietà nelle altre donne, rese più agguerrite di lei, e perché non riceva comprensione da un compagno di vita depredato del suo ruolo. Inoltre, si chiede perché gli uomini la vedano come un'isterica o un oggetto sessuale, mentre le donne la considerano una sfigata, e perché debba sempre faticare tanto senza mai sentirsi soddisfatta. Ovviamente, ho generalizzato.

Intervistatore: Accidenti Lydia, mi hai dipinto un ritratto che sembra un quadro di stampo espressionista, di quelli che ti lasciano un po' di amaro in bocca e un gran bisogno di aria fresca. E allora, visto che abbiamo fatto a pezzi la tela dei luoghi comuni, non lasciarmi qui a guardare le macerie. Qual è la tua ricetta per uscire da questo labirinto? Da dove si ricomincia a tessere il filo, e soprattutto, l'arte e la cultura che ruolo hanno in questa operazione di salvataggio?

Dott.ssa Lydia: Un difetto comune tra le donne è la tendenza a voler fare tutto e, magari, anche bene, senza rinunciare a nulla. Desiderano essere mogli, amanti, madri e lavoratrici, ma anche indipendenti. Con il vanto di saper gestire il multitasking, spesso si penalizzano da sole. Dovrebbero, invece, avere l'umiltà di seguire ciò che sentono, senza sentirsi obbligate a giustificare ogni decisione. Spesso, si sentono insoddisfatte di ciò che hanno, spinte dal desiderio di fare e dare di più, quando, in realtà, sarebbe più semplice e meno faticoso fare e dare di meno, ma con maggiore serenità e coerenza. A chi piace vedere una donna stressata che cerca di destreggiarsi tra mille impegni e si lamenta per questo? Se riuscisse a comprendere veramente ciò che desidera, piuttosto che ciò che gli altri dicono, vogliono e si aspettano da lei, ne trarrebbe sicuramente beneficio.

Intervistatore: Sai Lydia, questo mi fa pensare a una risorsa di cui oggi si fa un gran parlare: il telelavoro. Che poi, a ben vedere, non è mica un'invenzione di questo inizio millennio, se pensi che i primi esperimenti e i primi studi li facevamo già vent'anni fa, negli anni Ottanta! Oggi che sta diventando realtà, secondo te può essere davvero la scialuppa di salvataggio per far riprendere alle donne il proprio tempo, o rischia di diventare solo una trappola dorata per chiudervi in casa a lavorare isolandovi ancora di più dal mondo?

Assolutamente no. Credo che questa sia la formula lavorativa più adatta alle donne. In Italia, però, non è ancora molto diffusa, forse perché si fa fatica a concepire un lavoro domestico diverso da quello tradizionalmente inteso come "casalingo". Anche se è importante ricordare che anche il lavoro domestico è un'attività a tutti gli effetti, sebbene non retribuita.

Intervistatore: Come mai, secondo te, si trovano tutte queste resistenze a farlo decollare davvero? Sarà mica che in Italia, sotto sotto, abbiamo ancora una mentalità da vecchi caporali di fabbrica, terrorizzati all'idea di perdere il controllo visivo sul dipendente? O pensi che la vera paura dei piani alti sia scoprire che molte riunioni chilometriche e molti uffici polverosi non servono assolutamente a niente?

Dott.ssa Lydia: Ho sentito molte donne esprimere la loro frustrazione per la monotonia di stare a casa, lamentandosi di non avere nulla di interessante da condividere con i propri figli e di sentirsi in colpa per non guadagnare. È davvero paradossale. Il telelavoro, o qualsiasi forma di lavoro da casa, rappresenta una grande opportunità sia per le aziende che per i lavoratori, a condizione che le mansioni e i ruoli lo consentano per entrambe le parti. Per i datori di lavoro, significa risparmiare su attrezzature, mobili, affitti e bollette; per i lavoratori, comporta un notevole risparmio di tempo e costi legati ai trasporti, alle rette per l'asilo e altro ancora. Si evitano le attese ai semafori, le code, i colleghi fastidiosi, le frustrazioni e le tensioni. Si ha la libertà di decidere quando fare una pausa, senza orari rigidi e senza pressioni, si può organizzare il proprio lavoro in autonomia e si ha più tempo per sé e per la famiglia. C'è una grande differenza tra uscire di casa per obbligo professionale e farlo per piacere personale.

Intervistatore: Ma scusami Lydia, se grattiamo via la vernice moderna da questa faccenda, non trovi che, sotto sotto, ci sia una componente maledettamente discriminatoria nei confronti delle donne? Non è che con la scusa bellissima della "flessibilità" finiamo per ricacciarvi indietro di cinquant'anni, chiuse tra le mura domestiche a fare contemporaneamente le madri, le cuoche e le impiegate, mentre gli uomini continuano a fare carriera là fuori, nei corridoi del potere vero dove ci si guarda in faccia?

Dott.ssa Lydia: Uomini e donne godono degli stessi diritti, ma i loro ruoli sono differenti, il che implica che non possono svolgere le stesse attività nello stesso modo e con la stessa tempistica. Questa è la bellezza della diversità di genere. Tuttavia, persistono disparità nei trattamenti economici, come salari, pensioni e assicurazioni. Purtroppo, la discriminazione è ancora una realtà.

​​​​​Famiglia e relazioni

Intervistatore: Senti Lydia, facciamo un salto indietro in quegli anni Settanta così incendiari, pieni di piazze urlanti e sventolio di bandiere. Io sono cresciuto con una madre insegnante di Lettere, una donna che l'emancipazione e l'amore per la cultura me li ha fatti respirare in casa ogni giorno, senza bisogno di fare comizi, ma con l'esempio pratico dei libri e della dignità. Guardando le ragazze di oggi, a te cosa sembra rimasto in tasca di quel periodo? Secondo te, quali retaggi hanno lasciato le donne alle nuove generazioni, e quanto ha contato per te il vissuto di chi ti ha cresciuto rispetto alla retorica dei libri di storia?

 

Dott.ssa Lydia: Sono stati raggiunti importanti traguardi, non senza errori, ma ora è essenziale trovare un equilibrio tra uomini e donne. La competizione tra i sessi, sia nel lavoro che nelle relazioni personali e famigliari, risulta controproducente. Ognuno ha il proprio ruolo, scopo e valore, che si completano a vicenda. È fondamentale collaborare senza cercare di diventare delle brutte copie l'uno dell'altro. Se sono diventata la persona che sono e ho raggiunto i miei obiettivi, lo devo quasi esclusivamente a mia madre, una donna di grande intelligenza, saggezza e talento, che ha sempre saputo spiegarmi, ascoltarmi e sostenermi in ogni mio percorso, senza mai riempirmi di retorica femminista.

Intervistatore: Lasciamo stare per un attimo i fogli scritti al computer e la noia dei curricula. Mi racconti quali sono stati i tuoi veri percorsi professionali? Ma non l'elenco dei titoli, dimmi proprio le strade che hai battuto: in quali botteghe ti sei sporcata le mani, quali sono stati i bivi in cui hai dovuto rischiare e come sei arrivata a fare di questa tua passione il tuo mestiere di tutti i giorni?

Dott.ssa Lydia: Mi sono incamminata principalmente verso due direzioni: una più umanistica e l'altra più artistica. Non ho mai compreso perché si debba intraprendere una strada a scapito dell'altra. Ho sempre evitato di fossilizzarmi in un ruolo o in una mansione, mantenendo aperte diverse opportunità. Spesso, ho accettato lavori che trovavo noiosi, ma ben retribuiti, per finanziare i miei progetti culturali e artistici, che altrimenti non avrebbero avuto supporto economico.

Intervistatore: Lydia, prima hai citato tua madre con delle parole che mi sono entrate dritte nel cuore. Allora voglio fermarmi un attimo qui, perché si sente che c'è qualcosa di grande. Che importanza ha davvero questa donna nella tua vita? Ti va di raccontarmi qual è l'insegnamento più prezioso, quel segreto di saggezza che ti ha regalato e che ti porti dietro ogni volta che devi prendere una decisione importante o quando il mondo là fuori si fa troppo rumoroso?

Dott.ssa Lydia: Ha un'importanza fondamentale. È sempre stata lei la persona più colta della casa. Una donna con un eloquio eccellente in cinque lingue, che legge, balla, suona, canta, scrive, racconta, disegna, dipinge e insegna con un entusiasmo e una forza contagiosi non può che esercitare un'influenza e un'energia positiva; è una vera fonte d'ispirazione per me. La sua versatilità e il suo talento la rendono una donna, una professionista e un'artista completa, capace di esprimere la propria creatività in molteplici forme. Io e lei intratteniamo conversazioni su qualsiasi argomento, godendo della massima libertà di espressione e di ragionamento.

Intervistatore: Mi hai aperto una finestra bellissima sulla tua famiglia e su tua madre. E allora facciamo un salto ancora più indietro: se chiudi gli occhi e torni a quando eri una bambina piccola, quali sono i primi ricordi che ti vengono incontro? Quali erano i profumi, i giochi, o magari le prime letture che facevi in casa e che, senza che tu ancora lo sapessi, stavano già preparando il terreno per la donna e l'artista che sei diventata oggi?

Dott.ssa Lydia: I miei ricordi d'infanzia e adolescenza sono indissolubilmente legati al suo sorriso contagioso, alla sua forte personalità e alla sua presenza mai invadente. La sua vitalità e i suoi discorsi universali hanno sempre coinvolto tutta la famiglia. Grazie a lei, sono cresciuta in un contesto internazionale, in un ambiente intellettualmente stimolante e in un'atmosfera serena e gioiosa. Oltre a essere mia madre, è un punto di riferimento e un esempio; è lei la destinataria della mia fierezza, della mia gratitudine e della mia ammirazione.

Intervistatore: Oh, Lydia, mi porti su un terreno che mi fa riflettere. Parliamoci chiaro. Pensi davvero che per diventare grandi serva per forza quella famiglia perfetta, senza scossoni, che si vede solo nelle pubblicità, o la vera solidità è un'altra cosa? Non è che, a volte, la vera forza ti viene proprio dal saper stare dentro le crepe, nell'avere accanto qualcuno che, pur con tutti i suoi difetti, sa ascoltarti e sostenerti quando il resto del mondo ti rema contro?

Dott.ssa Lydia: La definizione di solidità famigliare può variare. Non credo nell'unione forzata dalla convenzione, dalle pressioni sociali o dalle ipocrisie. Al contrario, ritengo che la solidità derivi dall'intelligenza, dalla volontà e dall'impegno che ogni membro della famiglia deve investire nel proprio ruolo unico e insostituibile, arricchito da affetto, dialogo e rispetto reciproco. Un figlio è felice se i genitori, o chi per loro, lo sono, e viceversa, indipendentemente dallo stato civile, dal legame di sangue o dal cognome che porta.

Intervistatore: Lydia, abbiamo fatto un bellissimo monumento a tua madre, e se lo merita tutto. Ma se allarghiamo un po' l'inquadratura di questa vecchia fotografia di famiglia, degli altri parenti cosa ti viene in mente? C'è qualche altra figura, un nonno burbero ma saggio, uno zio strambo che portava la poesia in casa, o magari una nonna custode di storie che ha lasciato un segno, un aneddoto divertente o una lezione di vita che ti porti ancora dentro?

Dott.ssa Lydia: Da piccola, ricordo di aver avuto intorno a me una moltitudine di persone, soprattutto bambini con cui giocare, insieme a tanti regali, vacanze e feste in compagnia. Non conosco esattamente le qualifiche parentali, poiché ho troppi famigliari, spesso confusi con amici di famiglia, conoscenti, compagni d'infanzia, di scuola, di corsi, di merenda, vicini e colleghi di studi e di lavoro. Una marea di gente. Con il passare del tempo, molti parenti e affini sono diventati sfocati, perdendosi, dimenticandosi e sconoscendosi. Quando si è così numerosi e sparpagliati nel mondo, si finisce per diventare, per lo più, degli estranei. Se non si è disposti a superare le proprie idee e la presunzione delle "etichette" che qualcuno, per comodità e ignoranza, affibbia agli altri, si compromette una spontanea condivisione affettiva e una sana frequentazione. Data la grande quantità di persone incontrate lungo il mio eterogeneo cammino, ho adottato una strategia semplice: chi non è parte attiva della mia vita attuale, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, delle mie attività e dei miei progetti, per me non esiste, parenti compresi.

Intervistatore: Senti Lydia, mi porti su un terreno che in questo inizio millennio sta facendo saltare sulla sedia parecchi benpensanti: le famiglie '"allargate". Oggi che i vecchi schemi si rompono e i confini di casa si allargano, tu cosa ne pensi? La vedi come una bellissima opportunità per moltiplicare l'affetto e le storie attorno a un tavolo, o rischia di diventare un gigantesco e faticoso condominio di affetti, dove alla fine i più piccoli si ritrovano a dover fare i registi di un dramma troppo complicato per loro?

Dott.ssa Lydia: Ti dirò, Giampiero, ognuno è libero di vivere in accordo con il proprio sentire. I legami di sangue non garantiscono necessariamente armonia e benessere. Un matrimonio può terminare per motivi validi o futili, e non vedo nulla di sbagliato nel voler ricostruire una famiglia, sia essa di diritto che di fatto. L'importante è farlo con responsabilità e consapevolezza, come in ogni altra situazione. Non considero sconveniente, scandaloso o peccaminoso alcun tipo di relazione che nasca o si sviluppi alla luce del sole, con amore, pazienza e dedizione. La sincerità dei sentimenti non può mai essere condannata. Al contrario, vivere di pettegolezzi, falsità, pregiudizi, tradimenti, sotterfugi, amarezza, bugie, trasgressioni, invidia e cattiveria è decisamente peggio.

Intervistatore: Adesso togliamo di torno per un attimo la sfera famigliare. Secondo te, gli amici sono davvero così importanti? Ma parliamoci chiaro: in un ambiente come il nostro, dove spesso i sorrisi durano il tempo di un brindisi e l'invidia è dietro l'angolo, l'amico vero è quello che ti fa da specchio spietato dicendoti le verità che non vorresti sentire, o è semplicemente l'unica scialuppa di salvataggio rimasta per non morire di solitudine là fuori?

Dott.ssa Lydia: A mio avviso, si attribuisce eccessiva importanza al numero di amici e poca alla qualità dell'amicizia. Ritengo che il valore dell'amicizia cresca con l'età e l'esperienza. Durante l'adolescenza, gli amici sono considerati fondamentali, ma spesso vengono poi relegati a un ruolo di supplenza per colmare la mancanza di un amore o di autostima. L'amicizia è un legame che può nascere, durare, rinnovarsi e finire, presentando molteplici sfaccettature, ma non dovrebbe mai avere scopi egoistici.

Intervistatore: Siamo passati dai partiti alla famiglia, fino agli amici... ma adesso ti porto sul fondo del barile. Tu la temi la solitudine? Ma parliamoci da anime libere. Per chi come te bazzica i libri, l'arte e il teatro, la solitudine è la stanza d'albergo preferita dove trovi l'ispirazione e ti rigeneri lontano dal caos, o a volte, quando si spegneranno le luci della ribalta, diventa quel silenzio un po' troppo pesante che ti fa guardare il soffitto col fiato corto?

Dott.ssa Lydia: Pur non sentendomi mai sola, non temo la solitudine; al contrario, la apprezzo. Ho un ottimo rapporto con me stessa e, di conseguenza, con gli altri. Mi piace socializzare e trascorrere del tempo con le persone che mi interessano e mi fanno stare bene, ma apprezzo anche la possibilità di isolarmi quando ne ho bisogno.

Intervistatore: Abbiamo parlato di uomini, donne, istituzioni e teatrini vari... Adesso lasciamo perdere gli umani, che spesso sono una razza fin troppo complicata, e dimmi: gli animali quale posto occupano nel tuo cuore? Tu ci credi a quel loro linguaggio fatto di silenzi e sguardi che pulisce l'anima dalle scorie del mondo, o per te sono semplicemente dei meravigliosi, anarchici compagni di viaggio che ci sopportano senza chiederci il passaporto o la tessera del partito?

Dott.ssa Lydia: Sono nata e cresciuta circondata dall'amore di animali domestici e selvatici, e non riesco a immaginare la mia vita senza di loro. Non comprendo chi non li considera membri a pieno titolo della famiglia. Tutto dipende dal legame che si crea con loro. Offrono tanto in cambio del minimo indispensabile. È un'esperienza che non si può descrivere a parole, ma si deve semplicemente vivere.​​

​​​​​​Fede e ambiente

Intervistatore: Abbiamo rivoltato come un calzino la terra e le sue miserie, ma adesso lasciami alzare lo sguardo un millimetro più in alto: qual è il tuo rapporto con la fede religiosa? Ma parliamoci da anime nude, senza i dogmi dei preti o i sermoni dei moralisti: tu ci credi che sopra questo nostro palcoscenico polveroso ci sia un Regista supremo che dà un senso a tutto, o la tua fede è piuttosto quella ricerca silenziosa, tutta interiore, che somiglia a quell'inquietudine sacra che muove ogni vero artista quando si siede davanti a un foglio bianco?

Dott.ssa Lydia: Sono credente. Ritengo che la fede non solo aiuti a vivere meglio, ad affrontare le avversità, a superare gli ostacoli e ad alleviare la sofferenza, ma favoriscae anche una connessione profonda con il proprio "Io". Essa permette di ritirarsi nei silenzi più eloquenti, di comprendere la natura di cui siamo parte integrante, di esplorare le nostre origini e di nutrire la speranza. Che si creda in un Dio o in un altro, indipendentemente dal nome o dalla forma con cui lo si invochi, la preghiera, se praticata con sincerità, rappresenta l'unica forma di introspezione priva di controindicazioni.

Intervistatore: Mi stai portando su un crinale vertiginoso. Oggi tutti tremano davanti alla terra che si ribella, ai fiumi che esondano e ai segnali di questa natura ferita che a molti sembrano l'Apocalisse. Ma parliamoci dritto al cuore, da persone che cercano di decifrare l'anima umana. Per te come si manifesta davvero la fine del mondo? Non è che la vera fine dei tempi, quella che dovrebbe farci spaventare sul serio, non arriva con il rumore di un cataclisma naturale, ma con il silenzio agghiacciante di un'umanità che non sa più leggere un libro, non sa più guardare un quadro e smette di emozionarsi davanti alla bellezza, diventando sterile dentro?

Dott.ssa Lydia: Per me, quando si smette di gioire, di soffrire, di sentire, di indignarsi e di emozionarsi, si segna la fine del proprio mondo. Se tutti noi ci ricordassimo più spesso che la vita è solo un passaggio verso la morte, potremmo vivere meglio e commettere meno errori. In un senso più ampio, i segnali della distruzione del nostro pianeta si manifestano attraverso il surriscaldamento globale, i terremoti, l'attività vulcanica, i maremoti, ma anche attraverso carestie, guerre, genocidi ed epidemie. È certo che non possiamo continuare a maltrattare la Terra e poi lamentarci della mancanza di risorse per la sopravvivenza. Il nostro pianeta è sempre più vicino al collasso, e se la popolazione continuerà a crescere in modo incontrollato, rischiamo di trovarci a combattere per un semplice bicchiere d'acqua.

Intervistatore: Guarda Lydia, mi offri un assist formidabile. Visto che stiamo parlando di fine del mondoe e che io, sotto sotto, ho sempre avuto un debole per quelle storie di fantascienza capaci di guardare oltre l'orizzonte, ti lancio una provocazione da inizio millennio: ma fuggire su un altro pianeta, secondo te, potrebbe davvero essere un'opzione per l'umanità? O rischiamo solo di esportare le nostre miserie, i nostri egoismi e i nostri fallimenti in giro per la galassia, dimenticandoci che il vero viaggio da fare sarebbe quello di raddrizzare la rotta qui sulla Terra, prima che sia troppo tardi?

Dott.ssa Lydia: Si discute di possibili pianeti da colonizzare, non solo da esplorare e studiare. Molti investimenti sono destinati a ricerche spaziali che potrebbero invece essere utilizzati per il nostro straordinario pianeta. Quante vite potrebbero essere salvate dalla fame e dalle malattie con tutte le risorse spese per le missioni spaziali? La presunzione e la stupidità umana sembrano non avere limiti. Non credo che l'essere umano possa distaccarsi dalla propria appartenenza alla Terra, quindi trovo ridicolo anche solo pensare di fuggire da un pianeta considerato spacciato per cercare rifugio su un altro, specialmente con l'ausilio di celle, respiratori, caschi, tute, protezioni o modifiche genetiche per adattamenti vari. Che tipo di vita sarebbe?

Intervistatore: Adesso torniamo con i piedi per terra, in mezzo alla gente di tutti i giorni. Quali sono i comportamenti altrui che proprio non sopporti, quelli che ti fanno venire l'orticaria appena li incroci per strada o in un salotto letterario? È la falsità mascherata da buone maniere, questa superficialità dilagante che liquida ogni cosa con un’alzata di spalle, o l’arroganza di chi crede di avere sempre la verità in tasca senza aver mai aperto un libro?

Dott.ssa Lydia: Sono una persona che nutre un profondo rispetto per sé stessa e per gli altri. Non mi appartengono parole come "sopportare", "rassegnarsi" o "accontentarsi". Nei limiti del possibile, cerco di allontanarmi da individui che adottano comportamenti che non mi piacciono. Il problema del loro atteggiamento è, in fin dei conti, loro e non mio.​​

​​​​​​​Lavoro e vocazione​

Intervistatore: Guardando questa tua mappa geografica del lavoro, che ti ha visto passare dal pubblico al privato, dal guinzaglio del lavoro dipendente all'anarchia del lavoro in proprio, la prima cosa che mi viene da chiederti è: ma cosa ti ha spinto a cambiare continuamente? Diciamoci la verità: è stata la fame di libertà, la noia mortale di ripetere sempre lo stesso copione nello stesso ufficio, o semplicemente il fatto che quando capisci come funziona un gioco ti stufi e hai bisogno di un nuovo palcoscenico per rimetterti alla prova?

Dott.ssa Lydia: Sono stata educata all'autonomia e all'indipendenza, e sebbene non fossi spinta da necessità economiche, ho sempre ritenuto importante non gravare eccessivamente sul bilancio famigliare, provvedendo al mio sostentamento sin da giovane. I contratti a tempo determinato sono sempre stati la norma. Quando si è impegnati ad arricchire il proprio curriculum mentre si è ancora studenti, ogni esperienza conta. Però, il problema si presenta quando non ci sono alternative ai contratti precari. Il mio impegno ha dato i suoi frutti: scaduto un contratto, ne arrivava sempre un altro, permettendomi di lavorare in modo continuativo mentre studiavo all'Università. Ho avuto esperienze lavorative interessanti, altre meno stimolanti, alcune gratificanti ma mal retribuite, e altre meno coinvolgenti ma meglio pagate. Consapevole delle discriminazioni di genere in termini di stipendio e previdenza pensionistica, ho sempre rifiutato offerte lavorative che comportassero sfruttamento e ricatto, rimanendo fedele alla mia indole e alla mia personalità. Lavorare per vivere è una cosa, mentre vivere per essere schiacciati da un lavoro imposto da un mercato malsano è un'altra.

Intervistatore: Accidenti Lydia, te lo devo proprio dire: sei maledettamente saggia per la tua giovane età, hai una testa che ragiona senza farsi piegare dalle mode del momento. E allora, visto che la vecchiaia è solo una questione di anagrafe e tu hai già questa profondità, fammi capire: quali sono oggi i tuoi principali interessi? Dove va a curiosare la tua mente quando si accende la lampadina? C’è una nuova storia che stai covando, un’arte che ti sta rubando il sonno, o semplicemente ti stai appassionando a qualche nuova follia di questo nuovo millennio?

Dott.ssa Lydia: Non saprei decidermi su quale attività preferisca di più. Cerco di garantire a ciascuna delle mie competenze il giusto spazio e tempo. Ci sono periodi in cui mi sento più portata per la scrittura, altri in cui mi dedico alla realizzazione di video in digitale o a curare i contenuti per il Web. All'occorrenza, mi trovo a fare da coordinatrice di progetti, l'autrice, la scrittrice e la filmmaker indipendente. Ho molti interessi e un'immaginazione molto fervida, unita a un forte senso pratico, quindi non mi preoccupo, trovo sempre qualcosa a cui dedicarmi.

Intervistatore: Non so se ti ricordi, ma una volta al telefono ti ho chiesto: «Ma cosa ti sei fumata stamattina?» perché a saltare così continuamente tra il cinema, i libri e questo benedetto Web che sta avanzando, non hai paura di mettere troppa carne al fuoco? Te lo chiedo da amico: a fare contemporaneamente la regista, la scrittrice e l'artigiana dei mille progetti che crei, non c'è il rischio maledetto di disperdere la tua linfa vitale e di perdere di vista quella che è la tua reale vocazione? Non temi che, a voler recitare tutte le parti in commedia, alla fine manchi l'appuntamento con il tuo capolavoro assoluto?

Dott.ssa Lydia (ridendo): Per niente. Se lo pensassi, chi me lo farebbe fare? Il fatto è che ho molteplici vocazioni, forse una, cento o mille, o, forse, nessuna. Ogni tappa della mia vita ha portato con sé soddisfazioni e realizzazioni. Sono felice dei traguardi che ho raggiunto finora: ho viaggiato, fatto volontariato, pubblicato libri, lavorato in televisione, cinema e teatro, diretto, insegnato, coordinato, gestito, organizzato e creato. Mi considero molto privilegiata per la vita felice che ho avuto da bambina, da ragazza e ora da giovane donna. Sono sempre stata amata, seguita e apprezzata. Ho ottenuto tutto ciò che desideravo, sebbene a un prezzo elevato. Nel mondo professionale, nulla mi è stato regalato; ho dovuto lottare per la mia integrità, dignità e libertà. Sono una lavoratrice che, in un certo senso, è "scomoda", poiché non mi lascio assoggettare, ricattare o influenzare. Penso con la mia testa, e questo rappresenta un problema per molti datori di lavoro. L’idea di avviare un’attività in autonomia mi attrae particolarmente e penso che questo sarà il passo naturale di tutto il mio percorso fin qui intrapreso. La prospettiva di poter plasmare il mio lavoro secondo le mie passioni e valori è estremamente stimolante, e sono convinta che sia la direzione verso cui mi sto muovendo, con tutte le conoscenze, competenze ed esperienze che ho accumulato! Fino a qualche anno fa, davo molta importanza allo "status" sociale, alla realizzazione professionale e a una giusta remunerazione. Con il passare del tempo, ho imparato che gli affetti hanno preso il sopravvento e ora tutto ruota attorno alla famiglia. Ogni fase della vita ha le sue priorità.​​

​​​​​​​​Felicità

Intervistatore: Lydia, te l'ho detto un paio di volte e lasciamelo dire anche stavolta, senza fare il bacchettone: sei una bella ragazza e hai una presenza che definirei regale. Ma proprio perché hai questa fortuna, parliamoci chiaro: in una società superficiale come questa, l'aspetto fisico quanto incide davvero nelle esperienze di vita? Non trovi che la bellezza, specialmente per una donna che vuole fare cultura, sia un'arma a doppio taglio? Ti spalanca le porte al primo impatto o rischia di diventare una trappola che costringe a faticare il doppio per dimostrare che, dietro quella bella facciata, c'è una testa che ragiona sul serio?

Dott.ssa Lydia: L'aspetto fisico è influenzato da diversi fattori: genetica, stato mentale e stile di vita che ciascuna persona sceglie di adottare. Sentirsi a proprio agio nel proprio corpo e piacersi è fondamentale, ma ognuno ha il proprio canone di bellezza, che corrisponde o non sempre corrisponde agli standard imposti dalle tendenze del momento. Essere considerati belli comporta una grande responsabilità, così come lo è essere potenti o carismatici.  L’aspetto esteriore è, comunque, soggettivo, relativo e finalizzato a ciò che si si desidera comunicare di sé, dall'importanza e dal peso che se ne dà.

Intervistatore: Ti ho detto poco fa che hai una maturità che fa spavento per la tua età. Però c'è il rovescio della medaglia: tu la temi la vecchiaia? Lasciamo stare le rughe che sono solo i segni dei sorrisi stampati sulla pelle: hai paura di invecchiare dentro? Non temi che questa società superficiale, a forza di combattere il tempo con le creme e i ritocchi, finisca per farti perdere quel fuoco sacro della giovinezza, quella capacità di indignarti, di sognare e di rischiare che oggi ti rende così viva?

Dott.ssa Lydia: Invecchiare è un processo naturale, al pari di nascere, crescere e morire, e bisogna accettare i cambiamenti che ne derivano. Gli artisti hanno un vantaggio unico: possono permettersi di non avere un'età definita o di non dichiararla, poiché l'arte è intrinsecamente eterna. Nel mio piccolo, mi illudo di far parte di questo mondo e di poter vivere il mio tempo sulla Terra in buona salute fisica e mentale, fino alla mia naturale scadenza. Desidero continuare a scoprire i colori, i sapori e i profumi che i meravigliosi luoghi del pianeta sanno offrire, senza mai mancare dell'Amore di chi me lo dimostra quotidianamente e dell'affetto incondizionato dei miei piccoli e grandi amici animali. Poiché «la vecchiaia inizia nel momento in cui cessa la capacità di apprendere», spero di essere così longeva da non fare in tempo a incontrarla.

Intervistatore: Senti Lydia, ti sto ascoltando da un po' e mi sembri una ragazza terribilmente decisa, di quelle che quando imboccano una strada non si voltano indietro a guardare se c'è polvere. Ma parliamoci da anime affini, senza l'orgoglio che mostriamo al pubblico: hai mai avuto dei rimpianti? C’è un bivio in cui hai girato a destra e oggi, magari di notte quando il silenzio è un po' più pesante, ti chiedi ancora cosa sarebbe successo se avessi girato a sinistra? O preferisci pensare che anche gli errori facciano parte del copione che ti sei scritta?

Dott.ssa Lydia: La vita è composta da scelte e decisioni, e io sono sempre serena e soddisfatta delle mie, perché le prendo con consapevolezza. Non vengo mai delusa dalle mie azioni e non rimugino su cose passate. Mi ascolto attentamente e seguo le mie ispirazioni, inclinazioni e propensioni, senza lasciarmi influenzare da costrizioni, nostalgie, rimpianti o ripensamenti. Nel momento in cui devo decidere, in quel preciso istante, quella è la decisione migliore per me da prendere. Con il senno del poi, siamo tutti bravi.

Intervistatore: É questa la tua ricetta della felicità?

Dott.ssa Lydia: Ognuno trova la sua. Io ho la mia e me la tengo stretta.

Intervistatore: Grazie di cuore per questa chiacchierata senza filtri, ma adesso andiamoci a prendere un caffè come si deve, che qui in redazione c'è una montagna di bozze da correggere per il prossimo numero di Inchiostro e abbiamo ancora la baracca da mandare avanti. Vieni, Lydia, offro io!

 

Dott.ssa Lydia: Sai che io non bevo caffè, ma accetto l'invito solo per non stare qui a iniziare il lavoro mentre tu te la godi al bar. Andiamo, prima che le bozze prendano vita da sole sulla scrivania e ti tocchi pagar loro lo stipendio.

Intervistatore: Vedi che hai una testa che ragiona da far paura? Hai capito tutto della vita: il segreto del vero giornalista è far lavorare gli altri mentre lui finge di cercare l'ispirazione davanti a una tazzina di caffè. Dai, tu prendi quello che vuoi, paga il direttore!

A VOCE APERTA

In questa pagina sono raccolte le risposte alle domande che mi sono state rivolte da Gabriele La Porta. Questo incontro non è stata una semplice intervista, ma un vero e proprio dialogo a tutto tondo. Abbiamo spaziato dalla scrittura alla visione interiore, dalla consapevolezza profonda ai progetti futuri, toccando ogni sfumatura dell'anima e della creatività. Un archivio prezioso che testimonia una sinergia intellettuale totale, dove la ricerca personale si fa racconto a voce aperta.​​

Lydia... noi sappiamo che la parola scritta è sempre una mappa del nostro mondo invisibile, un talismano contro il tempo. Mi dica... da quale urgenza del Suo mondo interiore sorge, davvero, la Sua scrittura? Non sono sicura se si tratti di una vera e propria passione o semplicemente di una delle tante che ho coltivato nel tempo. So solamente che la scrittura mi ha sempre consentito di esprimere i miei pensieri su carta con una rapidità che le parole pronunciate a voce non riescono a eguagliare. Mia madre, una scrittrice e lettrice appassionata, mi ha trasmesso l'amore per la lettura, per i grandi classici e per gli autori di valore. La mia inclinazione per la scrittura ha preso forma sin da quando ho imparato a scrivere da bambina, e da quel momento è stato chiaro che non avrei mai abbandonato questa pratica.
I greci usavano una parola bellissima per definire il destino felice di un'opera: eudaimonia, che significa avere un buon demone, una buona guida interiore che accompagna ciò che creiamo nel mondo. Quando un libro esce dalla solitudine della nostra stanza e inizia a camminare, non sappiamo mai dove i nostri versi o i nostri romanzi o racconti andranno a posarsi... Quando ha preso in mano la penna per la prima volta e ha iniziato a dare corpo alle Sue visioni, si aspettava che questo Suo viaggio avrebbe generato così tanta risonanza? Pensava che il Suo richiamo nel buio della pagina scritta avrebbe trovato così tante anime pronte a sintonizzarsi sulla Sua stessa frequenza, o questa fioritura così intensa e partecipata è stata una sorpresa felice anche per la Sua stessa interiorità? Non ho mai concepito il "successo" in termini di guadagni economici o di notorietà. Per me, il successo è rappresentato esclusivamente da ciò che è già accaduto, un passato che non mi consente di adagiarmi sugli allori. Non esiste una formula miracolosa valida per tutti per raggiungere i propri obiettivi. Scrivo perché mi piace e mi impegno con costanza, pur senza alcuna certezza, poiché considero la scrittura un mestiere da affrontare con serietà. Il mio scopo è quello di trasmettere attraverso le mie parole, i personaggi e le situazioni delle mie storie, i valori che mi sono stati insegnati. Questi valori sono condivisi da molte persone, ma non sempre li troviamo così frequentemente nella vita di tutti i giorni.
Senta, io osservo il Suo percorso e ne rimango affascinato. Lei pubblica libri, scrive articoli, recensioni, racconti, poesie e si spinge fino alla scrittura per immagini con le sceneggiature. È una costellazione immensa di parole. Ma io Le chiedo: come ci riesce? Da quale sorgente segreta dell'anima attinge per nutrire forme espressive così diverse? È una necessità della sua interiorità che reclama voce, o è il suo modo personale di mettere ordine nel caos del mondo? Per me scrivere è un processo facile e naturale. Mi considero una privilegiata, poiché amo profondamente ciò che faccio e mi sento onorata di avere un pubblico così fedele di lettori e lettrici. Però, sono consapevole che nulla è garantito. Ogni volta che scrivo, mi metto in gioco e non posso mai essere certa che ciò che condivido sarà apprezzato dal pubblico.
Senta, quando la nostra voce supera i confini del piccolo cerchio in cui siamo nati e si espande fino a toccare un pubblico così vasto, accade qualcosa di misterioso. L’interiorità dell’autore non appartiene più soltanto a sé stessa; diventa un luogo d'incontro per migliaia di viandanti dell'anima che cercano risposte tra quelle pagine. Le chiedo: scrivere per così tante persone, avvertire questa immensa responsabilità della parola, Le ha cambiato la vita o il Suo approccio? O sente invece che l'urgenza profonda della Sua interiorità, quel bisogno primordiale di donare agli altri le Sue riflessioni e i Suoi ragionamenti, rimanga del tutto identica, sia che Lei parli a una sola anima, sia che si rivolga a una moltitudine? No. Non ha cambiato granché né potrei mai rinunciare alla scrittura. Non ho mai scritto esclusivamente per me stessa; che si tratti di una sola persona, dieci, cento o migliaia di lettori, la mia motivazione a condividere riflessioni, esperienze di vita, valutazioni e ragionamenti rimane invariata.
Il tempo è un grande scultore, ma è anche lo specchio in cui la nostra interiorità si riflette e si trasforma. Quando lo sguardo degli altri si posa sulla sua pagina scritta, non incontra solo una trama, ma un pezzo della sua anima. Le chiedo: le opinioni sul suo lavoro da scrittrice sono cambiate nel tempo? Sente che chi la legge oggi ha finalmente compreso la natura profonda dei suoi racconti e della sua poesia, o c’è ancora una parte di quel suo mondo segreto che attende di essere scoperta, quasi fosse un archetipo nascosto tra le righe? I miei famigliari e i miei amici più stretti sanno che per me la scrittura, pur essendo un'opera intellettuale, rappresenta un vero e proprio artigianato. Essa è una fusione tra l'ispirazione artistica e la concretezza di un prodotto finito, che ambisco a realizzare con qualità e valore, da divulgare e promuovere, sia a titolo gratuito che a pagamento. Si tratta di un lavoro che richiede studio, ricerca, analisi, concentrazione, dedizione, tempo ed energie. Per molti, tuttavia, scrivere è visto come un semplice passatempo, talvolta addirittura come una perdita di tempo, e non come un vero e proprio lavoro. Quando affermo di essere una scrittrice, spesso non mi prendono sul serio, e la domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: «Sì, ma, veramente, che lavoro fai?»
Osservo con profondo stupore il Suo cammino e la ricchezza di questa costellazione espressiva che ha saputo creare. Lei si muove con una disinvoltura straordinaria tra forme e linguaggi apparentemente lontani: pubblica libri, scrive articoli di approfondimento, recensioni, racconti, poesie e si spinge fino alla scrittura per immagini con le sceneggiature. Come fa a scrivere contenuti così diversi, a muoversi contemporaneamente in più direzioni e su più fronti? Sente che ogni genere sia un canale autonomo, quasi una stanza separata della Sua mente, o per Lei esiste un'unica, grande sorgente interiore, un unico nucleo profondo della Sua interiorità da cui fioriscono, per vie diverse, tutte queste splendide sfumature della parola? L'ispirazione, l'idea e lo spunto emergono all'improvviso, e successivamente mi dedico a lavorarci per dare forma e significato a ciò che intendo pubblicare. Ogni testo rappresenta per me un'opportunità di immergermi in una nuova dimensione, di aprirmi a novità, di esplorare ambiti diversi e di interagire con persone che comunicano in modi differenti. Apprezzo il dibattito, il confronto e lo scambio di opinioni e punti di vista, che trovo sempre estremamente interessanti.
Scrivere, in fondo, è un atto magico. Significa dare un corpo visibile a ciò che è invisibile. Ma io le chiedo: da dove prende l'ispirazione, l'idea, lo spunto per ciò che scrive? Quale scintilla accende la sua creatività? È un'immagine che Le appare improvvisamente nel silenzio, una parola intercettata per strada, o è un'emozione profonda, un incontro inaspettato che Le rivela la storia che deve essere raccontata? Insomma, i Suoi racconti nascono dal mondo che La circonda o sono frammenti di un sogno che la sua interiorità custodiva da sempre? Attingo alla vita di tutti i giorni, ai miei sogni, alla mia fervida immaginazione, ai miei voli pindarici, ma anche alla realtà, all'osservazione e all'ascolto. Nulla di ciò che la mia mente genera è definitivo. Ciò che potrebbe trasformarsi in un progetto testuale subisce continue metamorfosi, revisioni, correzioni e aggiustamenti, fino a raggiungere la forma che desidero. Quando rispondo alla domanda che mi pongo: «Cosa voglio comunicare con questa storia?», allora mi diventa chiaro come strutturare il progetto e inizio a scrivere.
Carl Gustav Jung diceva che ogni nostra creazione, ogni storia che mettiamo al mondo, è in fondo una confessione dell'inconscio, un frammento del nostro mito personale che prende forma. Chi scrive non fa altro che pescare nelle acque profonde della propria memoria, dove i ricordi si fondono con l'immaginazione. Secondo Lei, ci sono elementi reali, biografici e autobiografici in ciò che scrive? Nelle trame e nelle atmosfere dei suoi libri, quanto c'è della Sua esperienza vissuta, di quel Suo incredibile bagaglio famigliare fatto di lingue, musica, canto, pittura, scrittura, danza ha respirato fin da bambina? I Suoi personaggi si muovono su coordinate reali della Sua vita o sono proiezioni puramente oniriche della Sua interiorità? Dipende dall'intento dell'opera e del messaggio che desidero comunicare. È evidente che nei miei testi emergono "parti di me": la mia personalità, la mia mentalità, la mia cultura e i miei principi educativi, poiché sono io l'autrice. Inoltre, le persone, gli eventi, le notizie, l'osservazione, l'ascolto e le conversazioni costituiscono tutti elementi da cui attingo per creare la "traccia" su cui sviluppare una narrazione, arricchita da una buona dose di immaginazione.
Senta, quando ci si siede davanti al foglio bianco, si compie un atto di profonda solitudine, ma è una solitudine che cerca disperatamente un'interconnessione. Platone parlava del dialogo come di un ponte teso verso l'altro, un modo per risvegliare le anime che condividono la stessa natura. Tuttavia, nel mercato editoriale di oggi si tende spesso a fare il calcolo opposto: si scrive a tavolino, ingabbiando le parole per compiacere un determinato pubblico di consumatori... Lei scrive pensando a un pubblico in particolare, a un lettore ideale di cui cerca lo sguardo, o non Le interessa affatto questa dinamica e preferisce lasciare che la Sua parola sia un richiamo libero nel buio, pronto a essere raccolto solo da chi è già sintonizzato sulla Sua stessa frequenza? Dipende dalla destinazione del contenuto scritto, che gioca un ruolo cruciale; che si tratti di una sceneggiatura per un cortometraggio, di un articolo per una rivista o un blog con un pubblico ben definito, ogni formato richiede un approccio specifico. In generale, ciò che produco per i miei progetti, può suscitare apprezzamento o meno, il che porta a una selezione naturale tra coloro che fruiscono dei miei contenuti. Questo processo definisce un pubblico che oggi mi segue, ma che potrebbe non farlo più domani. Le persone sono estremamente volubili, influenzate dall'enorme varietà di altri contenuti disponibili, di qualità variabile.
Io so bene che nel mondo di oggi, là fuori nel rumore del giorno, tutto viene misurato attraverso la lente fredda del calcolo. Ma la letteratura, quella vera, si muove su coordinate diverse. Un libro non si pesa per le copie stampate, ma per il numero di anime che riesce a riscaldare nel silenzio della notte. Tuttavia, anche i sogni hanno bisogno di poggiare i piedi sulla terra per camminare nel mercato degli uomini. E allora, Le chiedo: se guardiamo al cammino materiale dei Suoi libri, alla loro diffusione tra la gente, che dimensioni ha assunto questo viaggio? Quanti viandanti dell'anima hanno accolto finora le Sue parole nelle loro case? Sente che questo riscontro tangibile riesca davvero a raccontare l'impatto reale del Suo messaggio, o la vera statistica che Le sta a cuore rimane quella invisibile delle esistenze che ha saputo toccare? All'inizio, scrivere ha comportato un investimento che si è rivelato una perdita economica. Tuttavia, io non ho mai attribuito importanza ai numeri, sia che si tratti di seguaci o di lettori, né ho mai guardato alla mia produzione in termini di puro profitto. Non sono questi gli aspetti che determinano il valore di ciò che scrivo, ed è per questo che non saprei quantificarlo. Credo che i numeri vadano sempre interpretati nel contesto di elementi, epoche e situazioni diverse, mentre il senso profondo della condivisione sfugge a qualsiasi calcolo.
C’è un momento preciso, quasi sacro, in cui la penna si muove e il foglio bianco smette di essere un vuoto per diventare uno specchio. È una vera e propria discesa agli inferi dell'anima, o forse una risalita verso la luce. Qual è il Suo stato d'animo quando scrive e, soprattutto, in quella terra di mezzo che precede la pubblicazione di un Suo scritto? Sente la gioia pura della creazione, quella specie di trance in cui il tempo si ferma, o avverte il pudore e la vertigine di chi sta per consegnare il proprio mondo segreto, le proprie ombre e le proprie poesie, allo sguardo degli estranei? Come vive questo passaggio dalla solitudine dell’interiorità al giudizio del mondo? Entusiasta, sempre. A differenza di molti altri scrittori che creano le loro opere migliori quando si sentono tristi o disillusi dalla vita, io scrivo quando sono di buon umore. È proprio questa energia positiva che accende la mia ispirazione, e il processo stesso della scrittura amplifica quel benessere. Si crea un vero e proprio circolo virtuoso: la gioia nutre la pagina scritta, e la pagina scritta restituisce armonia alla mia interiorità.
A volte, quando si scrive, si ha quasi l'impressione di lanciare un messaggio in una bottiglia nel grande oceano dell'esistenza. E tra i tanti che leggono, capita quell'unico lettore che non si ferma alla superficie della storia, ma scende giù, fino a toccare esattamente la ferita o la gioia da cui quel racconto è nato. È un momento di grazia straordinario, in cui ci si sente profondamente compresi. Lei ricorda il complimento più bello che Le hanno rivolto per i Suoi scritti? C'è stato un pensiero, un incontro con un lettore che L'ha colpita più di altri, facendoLe sentire che tutta quella fatica e quella ricerca interiore avevano finalmente trovato una casa nel cuore di qualcun altro? Sono parecchi, in verità. Quelli che mi gratificano di più comprendono l’intento per cui scrivo: far riflettere. Quando qualcuno mi ringrazia per averlo spinto a farsi domande su un determinato argomento o sul senso della propria esistenza, allora sento di aver adempiuto alla mia missione.
La parola ha mille strade, ma ognuno di noi possiede una nota fondamentale, un luogo d'elezione dove la propria voce risuona con più purezza. Lei spazia con straordinaria libertà dalla poesia alla prosa, dalle sceneggiature al fantasy più intimo. Ha una preferenza di scrittura o un genere in particolare che sente più Suo? C'è una di queste vesti letterarie in cui la Sua interiorità si riconosce immediatamente, sentendosi finalmente a casa, o preferisce abitare quel confine sottile dove i generi si fondono e si contaminano a vicenda? Per me, scrivere è sinonimo di libertà. Quella libertà di esprimermi, di essere, di comunicare, di trasmettere, di studiare, apprendere e conoscere. È un momento in cui stabilisco un rapporto esclusivo e totalizzante con la mia creazione, che riflette un determinato contesto, periodo, sentimento e desiderio. Mi concedo ampio spazio, a seconda di quanto mi senta a mio agio in una certa dimensione. Non potrei scrivere oggi con la stessa veemenza i racconti fantastici o i romanzi pubblicati anni fa, così come non potrei ritrovare quell’enfasi per scrivere le poesie che hanno costellato la mia infanzia. Ogni fase della vita trova la sua voce, e ciò che non esprimevo ieri trova oggi le parole giuste nei miei nuovi racconti, che stanno vivendo il loro momento "magico". Ogni testo ha il suo tempo. Inoltre, essendo di natura eclettica, non ho mai voluto limitare il mio piacere di scrivere e leggere a un solo genere, né cedere alle mode del momento o piegarmi alle leggi del mercato editoriale.
Quando ci si accosta per la prima volta all'opera di un autore, è un po' come varcare la soglia di una stanza sconosciuta. Si viene avvolti da un'atmosfera particolare, da luci e ombre che non ci appartengono ancora, ma che piano piano iniziano a parlarci. I Suoi racconti hanno questa forza: creano un microcosmo molto intimo, dove il mistero e la quotidianità camminano insieme. Per coloro che non hanno ancora familiarità con il Suo universo letterario, come lo definirebbe? Se dovesse prendere per mano un lettore che La incontra oggi per la prima volta, quale chiave di lettura gli offrirebbe per spingerlo a guardare oltre la superficie delle Sue storie e a scoprirne il nucleo profondo? Non amo le definizioni e faccio sempre molta fatica a descrivere un solo "universo"; lascio che siano gli altri a farlo, come meglio desiderano. Non mi tocca. Mi piace la libertà che la scrittura mi offre, quindi la varietà, la fluidità e la contaminazione tra generi e registri. La ripetizione, la fossilità e l'abitudine mi annoiano, così i tentativi altrui di rendere tutto statico e definitivo; non mi pongo limiti, non escludo nulla a priori e non mi accontento. Esploro sempre nuovi orizzonti e, non sentendomi mai arrivata, ho ancora molto da scoprire, alla ricerca di nuove sfide intellettuali ed esperienze di scrittura. Il mio Universo è, quindi, un continuo divenire, con l'obiettivo di migliorarmi, che considero l'ultimo scopo della vita.
Lei, che ha una tale ricchezza ed elasticità espressiva, ha dei rituali di scrittura? Segue un'abitudine precisa, un orario fisso, una predilezione per il silenzio o per una determinata musica, oppure preferisce abbandonarsi all'improvvisazione pura del momento? E, se sente che il suo metodo sia ancora in evoluzione, quali rituali Le piacerebbe adottare in futuro per entrare in perfetta sintonia con la Sua interiorità prima di iniziare a scrivere? Semplice. Non ho abitudini. Se si può chiamare "rituale", mi piace stare nel mio studio, con la mia bella scrivania pulita e ordinata, in silenzio e solitudine. Non creo nel migliore dei modi in mezzo alla confusione e al frastuono.
Nel teatro della scrittura accade un fenomeno misterioso, che gli antichi conoscevano bene: l'autore si frammenta, si scompone, e lascia cadere pezzi della propria anima all'interno dei personaggi che mette al mondo. Chi scrive non fa altro che dare una maschera diversa alle proprie paure, alle proprie speranze, a quel flusso continuo che ci abita... C'è mai stato un personaggio di cui ha scritto in cui si è riconosciuta o immedesimata maggiormente? Una figura, tra le tante che ha delineato sulla pagina, che sente essere diventata lo specchio più fedele e nudo della Sua interiorità, o preferisce seminare frammenti di sé in modo invisibile, lasciando che ogni personaggio custodisca solo una piccola parte del Suo mondo segreto? Scrivo per il puro piacere di scrivere e non per raccontare di me, a meno che non sia funzionale allo scopo dell'opera. Al di là di questo, il personaggio di Lucia nel mio primo romanzo "Pane a colazione" riflette molto di me ai tempi in cui l'ho scritto. Per il resto, espongo mie considerazioni che non necessariamente corrispondono alle mie convinzioni. Lo scopo dei miei scritti è invitare ognuno a mettersi in gioco o in discussione, riflettere e agire per effettuare scelte consapevoli allineate ai propri valori.
Senta, il viaggio è uno dei grandi miti dell'umanità, l'archetipo dell'andare oltre per ritrovare sé stessi. Platone diceva che l'anima è un viandante che attraversa mondi diversi per risvegliare i propri ricordi, e io credo che chi scrive, in fondo, non faccia altro che mappare queste geografie invisibili. E allora mi chiedo: perché i viaggi sono importanti nella Sua vita e per il Suo lavoro di scrittura? Muoversi nello spazio, incontrare volti nuovi e culture lontane... penso a quella straordinaria attitudine che ha ereditato di saper guardare oltre la superficie... è un modo per raccogliere storie esterne o serve soprattutto a provocare un terremoto felice nella sua interiorità? Insomma, viaggiare La aiuta a trovare nuove trame o è il viaggio stesso a rimetterLa in quel cerchio virtuoso di buon umore da cui nasce la sua ispirazione? Questa propensione per il sapere, lo studio, l'apprendimento e il viaggio, sia di fantasia che di persona, l’ho ereditata da mia madre, una donna di cuore, generosa e curiosa, dotata di un alto senso dell'umorismo, dell'ironia e dell'autoironia, pari solo alla sua grande levatura morale. Lei mi ha insegnato a interessarmi di ciò che avviene dentro e fuori di me, ad aprirmi a tutte le arti e culture, a non fossilizzarmi sulle mie posizioni e a meravigliarmi delle cose belle del mondo, sempre con gli occhi di bambina. Ho sempre viaggiato tanto, sin da neonata, e da allora non ho mai smesso, proprio per la mia continua voglia di stimoli e sete di conoscenza.
Il viaggio ci permette di attraversare geografie diverse, di scoprire mondi e culture lontane che arricchiscono immensamente la nostra visione dell'esistenza. Nel Suo caso, poi, il viaggio è proprio nel sangue: fa parte di una memoria famigliare profondamente girovaga, mobile, ricca di storie e di anime diverse che si sono incrociate nel tempo. È un bagaglio immenso. Eppure, c'è una differenza sottile tra il muoversi per raccogliere visioni e lo scegliere il luogo in cui fermarsi; a un certo punto, l'interiorità avverte il bisogno di trovare un proprio centro di gravità. C'è un motivo profondo per cui ha scelto di vivere in Italia e non all'estero? Sente che questa scelta sia nata proprio dalla necessità di porre un freno a quella costante mobilità, per trovare un luogo sacro in cui mettere radici stabili e permettere alla sua scrittura di fiorire, o crede che questo Paese possieda una musicalità e un'atmosfera uniche, indispensabili per nutrire la sua ispirazione? Ci sono località in giro per il mondo che mi hanno colpito sotto vari aspetti, ma il mio cuore batte per l'Italia, e sono fiera di vivere nel Paese che considero il più bello e completo al mondo dal punto di vista paesaggistico, artistico e architettonico. Amando la bellezza in ogni sua forma, non posso che adorare questa terra. A volte, il mio modo di vedere le cose e di ragionare può sembrare "fuori dal coro" alle persone con cui entro in contatto ogni giorno, ma sento il dovere di contribuire a cambiare ciò che offusca, rovina e deturpa il Belpaese. Trovando le difficoltà molto arricchenti e le sfide stimolanti, prendo spunto anche da queste per scrivere i miei articoli, avvalendomi di uno spirito critico e di un acuto senso di osservazione. Fermarmi qui è stato il mio modo per trasformare la mobilità del viaggio in una profonda esplorazione della nostra realtà.
La nostra lingua è un organismo vivo, una cattedrale di suoni e significati che abbiamo ereditato dai poeti, dai filosofi, dal Rinascimento. La parola ha un potere magico, quasi alchemico... evoca mondi. Quando usiamo un termine, stiamo illuminando un angolo preciso della nostra interiorità. Eppure oggi assistiamo a una strana fretta, a una colonizzazione linguistica che ci spinge a usare termini stranieri anche quando non ce n'è alcun bisogno, quasi per una pigrizia dell'anima o per seguire una moda diurna e superficiale. Lei, che nei suoi racconti e nei suoi romanzi ha una cura così meticolosa per la parola, promuove sempre l'uso corretto e puro della lingua italiana. Non Le piacciono proprio le terminologie straniere, o la Sua è piuttosto una difesa del patrimonio spirituale e della musicalità della nostra lingua? Sente che l'italiano possieda una sfumatura introspettiva, un'armonia profonda che certi neologismi moderni e anglofoni finiscono inevitabilmente per spezzare, o pensa che ci sia un modo corretto per far convivere la ricchezza di mondi diversi senza smarrire la nostra identità? Il vocabolario della lingua italiana è già estremamente ricco. Prendiamo in prestito parole francesi, latine e di derivazione greca, ma non c'è alcuna ragione di ricorrere all'inglese per sostituire termini italiani che abbiamo già a disposizione, con tutte le loro sfumature di significato. È vero che è di tendenza tradurre tutto in inglese: professioni, modi di dire e parole di uso comune, ma se non è necessario, a che scopo utilizzarle? Essendo una persona consapevole, mi pongo questa domanda.
I grandi custodi della tradizione popolare e della saggistica alchemica ci hanno sempre insegnato che la fiaba non è una semplice finzione, ma la mappa dei nostri segreti più profondi. Le storie che raccontiamo servono a dare una voce all'inconscio, a curare quelle ferite invisibili dell'anima che la vita diurna spesso non riesce nemmeno a vedere. Nei Suoi romanzi e nei suoi racconti, Lei sceglie di percorrere sentieri differenti, ma che conducono a riflessioni profonde. E allora Le chiedo: crede anche Lei nella funzione terapeutica della parola scritta? Quando dà vita alle Sue storie, avverte il bisogno di offrire al lettore una sorta di medicina spirituale, un filtro di consapevolezza che aiuti l'interiorità di chi legge a fare pace con le proprie zone d'ombra? Sì, credo molto nel valore che la pagina scritta può avere per chi legge, ma il mio approccio nasce da una spinta diversa. Per me la scrittura non è una terapia personale, bensì un atto di profonda curiosità e sperimentazione. Mi affascina mettermi alla prova con generi e linguaggi differenti, esplorare più direzioni e fronti espressivi per il puro piacere di scoprire fin dove la parola possa spingersi. L'ispirazione per me è un territorio libero, una ricerca mossa dal desiderio di condividere un messaggio. Quando questa sperimentazione si traduce in un libro, il mio augurio è che si trasformi in uno spunto di riflessione per gli altri. Spero che le mie storie e i miei ragionamenti offrano al lettore quel filtro di consapevolezza necessario per guardarsi dentro, offrendo nuove chiavi di lettura per comprendere la propria realtà e fare pace con le proprie zone d'ombra.
Il futuro non è semplicemente un tempo che deve ancora arrivare, ma è una dimensione dell'interiorità, un seme che custodiamo dentro di noi e che attende il momento giusto per fiorire. I maestri del pensiero antico ci hanno insegnato che l'anima è in costante movimento, sempre tesa verso nuove visioni e nuove forme di condivisione. Lei ha già attraversato così tanti territori espressivi, spaziando con profonda curiosità tra la narrativa, la poesia e la sperimentazione di generi diversi. Vede, se guardiamo a ciò che deve ancora nascere, quali sono i Suoi progetti futuri? Quali nuove strade sente l'urgenza di esplorare per continuare questo Suo bellissimo viaggio intorno alla scrittura? Sì, l'anima è in costante movimento, e per me il futuro significa soprattutto continuare ad alimentare quella curiosità e quel desiderio di sperimentazione che mi hanno sempre guidato. Ho in mente diverse idee e nuovi fronti espressivi che mi piacerebbe esplorare, muovendomi con la massima libertà tra linguaggi differenti, come ho sempre fatto. Qualunque sarà la forma che questi progetti prenderanno, che si tratti di una sceneggiatura, di un romanzo, di un nuovo racconto o di un articolo, la mia motivazione rimarrà la stessa: condividere azioni, valutazioni e ragionamenti con chi ha voglia di mettersi in gioco. Il mio obiettivo non è pianificare a tavolino per assecondare il mercato editoriale, ma lasciare che i nuovi scritti nascano spontaneamente, offrendo, a chiunque si sintonizzerà su queste pagine, nuovi spunti di riflessione.
Senta, prima di lasciarci, prima che la musica della notte ci porti via... Se Lei dovesse scegliere una sola parola, una soltanto, capace di racchiudere il senso profondo di tutta la Sua scrittura e del Suo viaggio umano, quale parola sceglierebbe? Tutto ciò che ho provato e scritto finora non è mai stato un monologo, ma un invito al dialogo. Non mi interessano i numeri o le logiche del mercato: mi interessa l'incontro. Condividere esperienze di vita significa mettere in comune prospettive, offrire spunti di riflessione e guardare la realtà con occhi diversi. Credo che da ogni confronto possa nascere una ricchezza. Il mio obiettivo è favorire un dibattito civile, rispettoso e aperto, in cui ciascuno possa riflettere con la propria testa, costruire le proprie opinioni e argomentarle, anche quando sono diverse dalle mie. Io per prima ho fame e sete di conoscenza. Mi piace confrontarmi con persone, culture ed esperienze diverse dalle mie, perché ognuna ha qualcosa da insegnarmi. La condivisione, per me, non è un punto d'arrivo; è un modo per continuare a crescere.

IL RETROBOTTEGA DELLA NOTTE

In questa pagina sono raccolte le risposte alle domande che mi sono state rivolte da Massimo Cotto. Questo incontro, nato davanti ai tavolini di un caffè nella Milano dei primi anni Duemila, è stato un vero e proprio supporto editoriale, ma soprattutto una chiacchierata informale tra amici. Legati dal filo conduttore della radio, dove Massimo aveva conosciuto mia mamma, abbiamo esplorato i retroscena e la quotidianità dei "figli d'arte", raccogliendo materiale per un suo possibile libro. Abbiamo spaziato dalla musica alla parola scritta, trasformando aneddoti personali e memorie famigliari in un racconto spontaneo.

Intervistatore: Ci sono storie che fanno un cerchio perfetto. Ho qui sul tavolo la raccolta di racconti sospesi tra un fantasy intimista e le ombre del noir, scritti da te che hai una penna pazzesca. Ma devo confessarti una cosa prima di lasciarti la parola. Quando ho letto la tua scheda e ho visto il nome di tua madre, mi è preso un colpo. Io tua madre me la ricordo benissimo. Ero un ragazzino, muovevo i primi passi a Rai Stereonotte, e lei era questa figura giovane, incredibile, che illuminava le emittenti locali del Nord-Est. Aveva una classe, un'eleganza, una grazia unica al microfono e una fame viscerale di storie.

Di lei mi ricordo questa cosa pazzesca: una donna coltissima, che suonava il pianoforte, disegnava, dipingeva, che parlava fluentemente non so quante lingue, che non aveva vizi, era totalmente integerrima, d'un pezzo. E io mi stupivo, sai? Mi chiedevo come diavolo facesse una così a frequentare certi ambienti, certe bische dell'anima, certe stanze piene di fumo dove i musicisti e gli artisti perdevano la bussola. Eppure lei ci camminava dentro. Come se avesse addosso un cappotto invisibile che la proteggeva da tutto il fango, lasciandola pura, con gli occhi puliti, a raccogliere solo la bellezza. 

Nei backstage dei concerti si trovava a tu per tu con Chet Baker, con Peter Tosh, i Génie Noir, Toti Soler. Intervistava intellettuali come Fulvio Roiter e pittori del calibro di Ivo Prandini e Gianfranco Quaresimin, fino ad arrivare a Fan Shi-min, un autorevole archeologo e curatore del Museo della Storia Cinese di Pechino, con cui ha anche collaborato. Parlava pure il mandarino, capisci? Roba da matti.

E tu oggi arrivi qui e mi racconti che ha cantato da soprano nei cori di Luca Pitteri, Andrea D’Alpaos e Maurizio Di Bella, tenendo concerti dappertutto e ha pure un trascorso da ballerina classica all’Opera di Lione. Ma capiamo di cosa stiamo parlando? Una fuoriclasse assoluta.

E, come se non bastasse tutto questo, scrive. Scrive per lo più poesie, versi nati nel buio, nel silenzio profondo dell'anima. Praticamente una vita passata ad aprire le porte del retrobottega della notte. E oggi io mi ritrovo qui, per questo progetto editoriale, davanti alla figlia. Tu. Cresciuta a pane, vinili e teatro con Matilde Tudori, che hai cantato come contralto nel coro di Monica Barbiero e che adesso pubblichi queste storie così d'impatto. Sei cresciuta in una casa dove le parole non si dicevano soltanto, ma si pesavano e si facevano rimare. Benvenuta. Ti chiedo subito una cosa: quanto di quel ritmo, di quella poesia di tua madre poetessa, è finita dentro la prosa dei tuoi romanzi e racconti? Quanto è stato forte il fascino e il peso di avere una madre così, che quel mistero e quella cultura della notte non li ha solo raccontati, ma li ha vissuti sulla sua pelle? La sua poesia è stata la tua prima scuola di scrittura?

Dott.ssa Lydia: Grazie Massimo, sentirti parlare così di lei mi fa emozionare. A proposito, ti saluta. Per venire a noi, sì, assolutamente. Io sono cresciuta respirando la sua poesia prima ancora di capire cosa fosse la letteratura. Per mia madre la poesia era una necessità, un modo di dare un nome alle cose invisibili, esattamente come faceva Chet Baker con la tromba o lei stessa quando faceva la radio negli anni '80. Sono cresciuta ascoltando i suoi racconti su quelle esperienze, sulla magia di incontrare un gigante fragile come Chet o la forza di Peter Tosh. Quella radio non era intrattenimento, era uno stato dell'essere, un modo di vivere in bilico tra la luce e l'oscurità.

Quando mi sono messa a scrivere i miei racconti, anche se ho scelto la forma del noir e del fantasy intimista, ho cercato di mantenere quella stessa cura per la parola, quel senso di ricerca e di silenzio che c'era nei suoi versi. Il mio non è un fantasy di draghi; è un viaggio nelle stanze chiuse dell'inconscio, dove ho preso quella stessa malinconia e l'ho trasformata in letteratura. La sua poesia mi ha insegnato che non serve urlare per farsi ascoltare; basta evocare un'immagine nel buio.

Intervistatore: Evocare un'immagine nel buio. Meraviglioso. Si sente che il sangue non è acqua, non c'è niente da fare. Tua madre usava la poesia per fotografare l'anima e cercava la verità dei grandi artisti dietro il palco, al microscopio delle interviste. Tu oggi prendi quella stessa attitudine e fai lo stesso percorso ma al contrario: inventi dei personaggi, crei mondi misteriosi e poi scavi dentro di loro come una detective dei sentimenti. Ma dimmi, c'è un momento in cui vi siete lette a vicenda? C'è un dialogo segreto tra la tua pagina scritta e i vecchi ricordi di tua madre? Quando lei ha letto queste tue storie per la prima volta, ci ha ritrovato quel jazz e quel bianco e nero che ti ha trasmesso senza saperlo? C'è un racconto in questo libro dove senti che la tua prosa è diventata così intima da sembrare quasi una delle sue poesie?

Dott.ssa Lydia: Assolutamente sì. C'è un racconto in particolare che è nato proprio da una suggestione di un suo vecchio scritto. Spesso, quando finisco un testo particolarmente intenso o dalle sfumature noir, lei è la prima persona a cui penso. Mia madre conosce quel tipo di sensibilità, sa cosa significa catturare il silenzio prima di una risposta o l'atmosfera di un backstage. Quando lei lo ha letto, è rimasta in silenzio per un po'. Credo che abbia riconosciuto quel passaggio di testimone e quell'attitudine all'ascolto e al mistero che mi ha tramandato. Per me i miei libri sono una specie di "radio privata" con lei: le sue poesie sono frammenti di luce e speranza nel buio della sua esistenza negli anni '80, e i miei racconti sono il mio modo di ringraziarla. È un passaggio di testimone in cui le mie parole scritte prendono il posto della sua voce, per dirle che quel fascino della notte che mi ha trasmesso è ancora vivo, ha solo cambiato forma.

Intervistatore: Questo è un passaggio di testimone che mi tocca il cuore. È la dimostrazione che l'arte non si impara a scuola, si eredita come una condanna bellissima. Molti figli d'arte si fanno schiacciare dal peso di un genitore famoso; tu invece hai preso l'eredità di tua madre, quell'amore per le storie, il rigore della sua danza, le voci del coro, e hai creato una voce tua, nuda, potente, che ha l'armonia di un canto e tocca corde profondissime. Se tua madre ha intervistato giganti del panorama artistico locale e internazionale, io oggi ho la certezza di aver incontrato qualcuno che quella vibrazione e quella poesia li sta continuando a scrivere sulla pagina. Leggete questa ragazza, ve lo chiedo col cuore. Perché dentro questo libro c'è il sangue del rock, della notte e della grande cultura. Grazie davvero per aver condiviso questo pezzo d'anima per questo progetto. Continua a scrivere, continua a proteggere quel buio e fai la brava, se puoi.

 

(Scoppiamo entrambi a ridere).

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