
Riflessi di Lydia
Esiste una folta schiera di persone che, sentendo o leggendo una parola straniera ogni due in italiano “tanto per…”, storce il naso e manifesta un certo fastidio. Eppure, in Italia siamo sommersi da termini inglesi, francesi, latini e di altre lingue.
La comunicazione, in fondo, è un passaggio fragile, un messaggio che parte da qualcuno e arriva a qualcun altro, che lo interpreta secondo il proprio mondo interiore, non sempre coincidente con quello di chi lo ha emesso.
E mi accorgo sempre di più di quanto la lingua, nel frattempo, non resti mai ferma. Si trasforma, si piega al presente, assorbe influenze da ogni direzione.
Le parole cambiano forma, le nuove generazioni le accorciano, le fondono, le reinventano. È un movimento naturale, inevitabile.
Ultimamente, però, noto qualcosa di più sottile: l’ingresso costante di parole straniere nel parlato quotidiano.
Non solo nei contesti formali o professionali, ma ovunque, nel lavoro, tra amici, nei messaggi, persino nelle conversazioni più semplici.
Sento frasi che si intrecciano tra italiano e inglese senza soluzione di continuità: break, task, refresh, down, burnout, workout, outcome, loop. Parole che scorrono veloci, quasi automatiche, come se appartenessero già a tutti.
E mi chiedo quanto ci fermiamo davvero a pensarle.
A volte, ho la sensazione che parlare così sia diventato un’abitudine, o, forse, un modo per sembrare più dentro il tempo, più aggiornati, più “dentro il flusso”.
Contemporaneamente, mi domando cosa accade a chi ascolta, a chi deve decodificare, tradurre mentalmente, inseguire il senso senza perderlo.
La comunicazione, quando funziona davvero, dovrebbe unire. Invece, a volte, crea una piccola distanza invisibile: chi comprende subito e chi deve fare uno sforzo in più per restare dentro il discorso.
Può darsi che sia anche una forma di presunzione, volontaria o meno. Come se fosse naturale aspettarsi che l’altro segua, comprenda, stia al passo. E se non lo fa, il rischio è che si senta escluso o inadeguato.
Eppure, abbiamo una lingua che già ci appartiene, ricca abbastanza da esprimere quasi tutto. Non si tratta di rifiutare le altre lingue, che anzi arricchiscono e aprono, ma di chiedersi quando sono davvero necessarie e quando, al contrario, diventano automatismi, quasi decorativi.
Mi chiedo se quel termine inglese aggiunge davvero qualcosa o è solo più rapido, più alla moda, più “suona meglio”.
Non c’è una risposta unica, ma c’è uno spazio di consapevolezza in cui possiamo fermarci a scegliere come vogliamo parlare, e quindi anche come vogliamo entrare in relazione con gli altri.
Perché la comunicazione non è solo espressione personale. È anche responsabilità verso chi ascolta.
Di conseguenza, mi viene da lasciare alcune domande, più che conclusioni:
«Quanto siamo consapevoli delle parole che usiamo ogni giorno?»,
«Ci accorgiamo di quando cambiano la distanza tra noi e chi abbiamo davanti?» e, soprattutto: «Parliamo per essere capiti… o solo per darci delle arie?».
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La vera trasformazione inizia quando diventiamo più consapevoli. Il mio libro "Vivere in piena consapevolezza a 360°" è un invito a compiere questo passo.

