
Riflessi di Lydia
Ci sono persone che sembrano forti viste dall'esterno, ma che in fondo non lo sono e crollano. E poi ci sono persone che sono forti davvero, ma che hanno imparato a non mostrare quanto costi esserlo.
Lo dico subito: io appartengo alla seconda categoria.
Con tutto ciò che ho passato nella mia vita e, in particolare, negli ultimi dodici, quindici anni (e con tutto quello che, in un modo o nell’altro, sto ancora passando), se non ci credessi, se non avessi una certa tempra, se non fossi una persona forte e tenace, probabilmente sarei già ricoverata da tempo per esaurimento nervoso oppure, per dirla con un po’ di macabra ironia, sarei già morta.
Proprio l’altro ieri una mia amica, che non conosce nemmeno lontanamente tutto quello che c’è dietro la mia apparente vita tranquilla, mi ha detto che, per molto meno, ci sono persone che cadono in depressione o che hanno bisogno di essere seguite da uno psicologo.
Io ho sorriso, perché, in fondo, non sapevo cosa replicare.
Sono fatta di una fibra resistente, questo è vero. E lei lo sa bene. Me lo dice spesso: che sono fin troppo brava, che non sa nemmeno lei come io faccia a reggere tutto.
Sinceramente? Non lo so nemmeno io.
Forse, non si sceglie di essere forti. Semplicemente, non si ha altra scelta.
La cosa curiosa è che le persone mi vedono sempre sorridente, presumibilmente spensierata, senza problemi. Con una vita normale, forse persino fantastica.
E, in parte, glielo faccio anche credere.
Sono una persona molto riservata. Non mi confido praticamente mai. Non racconto quello che vivo, non espongo facilmente le mie fragilità, non vado in giro a spiegare cosa succede dietro le porte di casa.
E allora è naturale che nessuno sappia la verità. Nessuno sa cosa chiedere. Nessuno, forse, immagina nemmeno che ci sia qualcosa da chiedere.
E allora, quando qualcuno mi rivolge un banale «Come stai?», io sorrido e rispondo con il canonico: «Bene».
E finisce lì.
Perché spiegare tutto sarebbe troppo lungo, troppo pesante e, soprattutto, spesso inutile.
Non puoi sapere se dall’altra parte troverai qualcuno disposto ad ascoltare o soltanto l’ennesima frase di circostanza, detta per liberarsi di te velocemente.
Così indossi la maschera più bella che hai, sali sul palcoscenico del momento e reciti la tua parte.
Non perché non soffri, non perché non hai bisogno di nessuno e nemmeno perché sei invincibile; solamente perché fingere di stare bene è l’unico modo che hai trovato per proteggerti e continuare ad andare avanti.
Non è necessariamente una bugia. È una salvaguardia; una maschera che indossi perché hai capito che non tutti hanno voglia, tempo o capacità di vedere chi c’è davvero dietro.
Questa cosa l’ho capita da tempo.
Ci sono contesti nei quali puoi essere presente ogni giorno e, contemporaneamente, essere completamente invisibile. Ci si può sentire così non solo a scuola, tra gli amici o sul luogo di lavoro, ma anche in famiglia.
Diventi quella figura che c’è, ma non si vede. Quella presenza silenziosa che non provoca casini, non interroga, non disturba, non pretende.
E, forse, è persino comodo, per gli altri, che sia così.
Perché, se non vedi qualcuno, non devi domandarti come stia. Non devi pensarci. Non devi porti la questione. Non devi aggiungere altri pensieri ai tuoi.
E anche gli altri, in fondo, indossano la loro maschera.
Per non farli preoccupare, non racconti quasi niente ai tuoi genitori né a nessun altro. Hanno già i loro problemi, fisici, economici o emotivi che siano, oltre a tutto quello che continuamente gli piove addosso; non vuoi di certo aggravare ulteriormente la loro condizione.
E quando, qualche volta, ti sfugge di accennare a qualcosa che riguarda solo te, spesso arrivano le solite frasi di circostanza, se non addirittura risposte liquidatorie.
Come se quello che stai vivendo non fosse, poi, così importante.
Come se bastasse cambiare argomento.
Come se, dopo tutto, non fosse niente di speciale.
E così torni nell’ombra della tua solitudine.
È buffo essere quasi sempre il/la confidente di tutti.
Ascolti, raccogli segreti, accogli confessioni. Cerchi di sostenere, consigli e, quando puoi, risolvi.
Ed è proprio allora che succede una magia: improvvisamente diventi visibile.
Quando qualcuno ha bisogno di te, esisti.
Quando c’è una lamentela da ascoltare, una problematica da fronteggiare, una soluzione da trovare, la tua presenza acquista, a un tratto, un valore.
Esci dall’ombra e diventi indispensabile. Torni sul palcoscenico, ma non necessariamente come protagonista. Più spesso come quel personaggio che deve aiutare gli altri a ricordarsi le battute.
E, forse, è proprio questo uno dei paradossi delle persone considerate forti: tutti si abituano alla loro solidità, al punto che smettono di chiedersi quanto costi.
Di fatto, nessuno conosce veramente i tuoi disagi, il peso che porti. Quello che hai passato e quello a cui continui a fare fronte con le tue sole forze: le giornate e le notti difficili, le avversità, gli ostacoli, le incombenze, gli obblighi, i dubbi, i timori, le ansie, per non parlare delle volte in cui ti sei guardato/a allo specchio e hai pensato: «E adesso come faccio?».
Eppure, alla fine, hai sempre trovato un modo.
Con fatica, con sudore, con motivazione e determinazione, con qualche lacrima nascosta e con attimi di sconforto.
E poi ancora avanti.
Quando finalmente ce la fai, quando superi un ostacolo che sembrava enorme, quando riesci a risolvere qualcosa che ti ha tolto energie per mesi o anni, provi una soddisfazione immensa.
E solitamente la festeggi come ce l’hai fatta: in perfetta solitudine.
Non perché non ti farebbe piacere condividere quella gioia. Anzi.
Un cenno di solidarietà, una parola di apprezzamento, un «Sono felice per te», un «Hai fatto davvero un bel lavoro», un po’ di partecipazione.
Non servirebbero gesti eclatanti o parole entusiaste.
Basterebbe sentirti visto/a, sentirti parte di una comunità. Sentire che, da qualche parte, c’è qualcuno che non si limita a guardarti mentre fai il tuo spettacolo, ma che si accorge anche di quanto sforzo richieda.
Se sapessero...
A volte penso che, se gli altri sapessero davvero come stanno le cose, quanto ho affrontato e quanto ho dovuto contare solo su me stessa, probabilmente non ci crederebbero.
E qui mi viene da ridere.
Perché, a questo punto, Wonder Woman, Supergirl e tutte le eroine dei fumetti, al confronto, sono proprio robetta. 😃
Ma il punto non è dimostrare quanto sono forte.
Anzi; è esattamente il contrario.
Il punto è ricordare che una persona forte non è una persona che non soffre.
Può essere stanca. Può vacillare. Può sentirsi sola. Può avere bisogno di essere sostenuta. Può desiderare, ogni tanto, che qualcuno si accorga di lei, senza che debba prima cadere a pezzi.
Può sorridere e stare male contemporaneamente.
Può dire: «Sto bene», senza che questo significhi necessariamente che sia vero.
E questo vale per me, come per moltissime altre persone. Forse, per molte più di quante immaginiamo.
Perché il collega che vediamo sempre scherzoso potrebbe avere una situazione famigliare che non racconta a nessuno; la vicina sempre gentile potrebbe trascorrere le sue serate a piangere; l’amico che non si lagna mai potrebbe essere abituato a contare solo su sé stesso; la conoscente che da fuori ha una vita perfetta potrebbe passare le notti a chiedersi come farà ad arrivare al giorno dopo.
E, magari, proprio chi sembra non avere bisogno di nessuno sta aspettando, in silenzio, che qualcuno gli faccia una domanda e abbia davvero voglia di ascoltare la sua risposta sincera.
Eh sì. Dovremmo imparare a fare un po’ più attenzione alle persone dietro le maschere che indossano.
Non a quelle che manifestano apertamente il proprio dolore per mania di protagonismo. Non a chi esige aiuto, senza nemmeno un «grazie». Non a chi ci butta addosso le proprie frustrazioni come se fossimo il loro sfogatoio emotivo.
Ma a chi continua a sorridere, a chi dice sempre «va tutto bene», a chi non vuole mai niente, a chi sembra avere sempre una parola buona per gli altri e non chiede mai nulla per sé.
Perché, a volte, il sorriso non significa assenza di problemi; significa semplicemente che si è imparato a conviverci con dignità.
E una maschera non è necessariamente una forma di falsità.
È una corazza. Una barriera. Un modo per attraversare una giornata, senza dover spiegare la propria battaglia a chiunque si incontri.
Ma, ogni tanto, sarebbe bello trovare qualcuno davanti al quale poterla togliere.
Qualcuno che non reclama una giustificazione. Qualcuno che sappia semplicemente dare ascolto, che non minimizzi, che non giudichi, che non risponda con una frase fatta.
Qualcuno che, davanti a quel «Bene», abbia la curiosità e la sensibilità di ribattere: «Davvero?» e poi rimanere lì.
Perché dietro ogni maschera c’è un individuo.
E quell'individuo potrebbe avere un vissuto che non conosciamo. Potrebbe essere molto più esausto di quanto riteniamo. Potrebbe essere molto più vulnerabile di quanto lasci intravedere.
Oppure potrebbe essere realmente forte, ma sfinito dal doverlo essere e dimostrare sempre.
E anche le persone forti, ogni tanto, hanno bisogno di sentirsi comprese.
Io continuerò, probabilmente, a sorridere, a fare, a sistemare, a risolvere, a stringere i denti e a rialzarmi sempre.
Non perché non senta il peso di tutto, ma perché, evidentemente, questo è il mio modo di stare al mondo.
Però, oggi mi piace pensare che dietro ogni silenzio ci sia una storia. Che dietro ogni «sto bene» possa esserci qualcosa che non ci rendiamo conto. E che dietro ogni maschera ci sia qualcuno che, prima o poi, meriterebbe di essere visto sul serio.
E magari, ogni tanto, ricordiamoci di guardarci negli occhi. Non fermiamoci alle maschere.
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