
Riflessi di Lydia
Il sesso viene spesso attribuito un valore superiore a quello che realmente possiede, e sono molte le ragioni per cui tende a essere sopravvalutato.
Assisto, quasi con una certa ripetitività, a dibattiti televisivi e conversazioni in cui le coppie si interrogano sul “farlo” troppo poco. Anche tra amici, tra donne e tra uomini, emerge questa sorta di termometro della relazione: quante volte lo fai a settimana, quanto desiderio è ancora rimasto, quanto invece è svanito.
E mi colpisce sempre la stessa cosa: come se la frequenza fosse una misura della salute di un legame. Come se la passione iniziale dovesse restare immutata per essere considerata "vera".
E quando cala, si parla subito di crisi, di mancanze, di qualcosa che non funziona più.
A volte si esagera nel raccontarne la quantità, altre volte ci si vergogna nel confessare che quel fuoco, semplicemente, cambia forma. Eppure, forse, è proprio lì che avviene una trasformazione più profonda: quando la fiamma non è più impeto, ma diventa presenza. Quando la passione si quieta e lascia spazio a qualcosa di più silenzioso, ma non per questo meno reale.
E, allora, mi viene da pensare che il sesso, così come viene spesso raccontato e inseguito, sia in parte sovraccaricato di significati che non sempre gli appartengono.
Siamo immersi in una narrazione che lo pone al centro: nei media, nelle immagini, nei discorsi quotidiani, come se fosse una prova di valore, una conferma di felicità, quasi un requisito per sentirsi “interi”. E senza, si rischiasse di sentirsi incompleti, sbagliati, in ritardo.
Ma questa centralità, così insistita, può diventare una distorsione. Può farci credere che il desiderio sia una prestazione costante, invece che un movimento naturale, mutevole, umano.
E può trasformare qualcosa che nasce dall’incontro in qualcosa che somiglia più a un’aspettativa da soddisfare.
C’è anche un’illusione sottile, quella del controllo: l’idea che attraverso la sessualità si possa confermare il proprio valore, sentirsi più desiderati, più accettati, più “giusti”.
Ma quando questo diventa un parametro interno, il rischio è quello di inseguire un’immagine, invece che una verità.
E in questo inseguimento, si perde di vista ciò che resta quando il desiderio cambia: la qualità della presenza, la profondità dello sguardo, la possibilità di restare anche quando la passione si spegne.
Forse, la vera intimità non coincide con la prestazione, ma con la capacità di riconoscersi, di comunicarsi, di rispettarsi nei propri ritmi e nei propri limiti. E in questo senso, la consapevolezza diventa uno spazio fondamentale, non per giudicare ciò che si prova, ma per ascoltarlo senza forzarlo.
Quando c’è ascolto, anche il corpo smette di essere un luogo di aspettative e torna a essere un linguaggio. E ciò che nasce tra due persone può diventare più agenuino, meno spinto da ciò che “dovrebbe essere” e più vicino a ciò che realmente è.
Forse, allora, il punto non è ridurre o elevare il sesso, ma ricollocarlo. Togliergli il peso di misura assoluta e restituirlo a ciò che è: una parte possibile, non l’intero.
Perché tutte le relazioni non si basano su quello. Vi sono amicizie profonde tra generi diversi, gli affetti famigliari, i legami che non chiedono nulla se non presenza. E spesso è proprio lì che si costruisce una forma di benessere più stabile, meno esposta alle oscillazioni del desiderio passionale.
Quando il sesso smette di essere un parametro e torna a essere un’espressione, allora può diventare più libero, meno carico, più vero. Non un dovere, non una prova, ma una possibilità che nasce (quando nasce) da qualcosa di più grande.
È proprio qui che entra la consapevolezza, nella capacità di vedere tutto questo senza irrigidirlo in una verità unica, ma lasciandolo respirare. Anche dentro di noi.
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Ogni riflessione è un invito a osservare la realtà con occhi nuovi. Nel mio libro "Vivere in piena consapepvolezza a 360°" troverai altre prospettive da esplorare.

