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Quando non mi ascolti davvero

Riflessi di Lydia

Ci sono giorni in cui non pesa solo ciò che si vive. Pesa anche accorgersi che, mentre lo racconti, nessuno sembra averti davvero ascoltato. Ebbene, la disattenzione degli altri riesce a rovinare la comunicazione, trasformando un momento di confidenza in un deserto di indifferenza.

Esistono momenti in cui la vita ci costringe a fermarci.

Può succedere per una malattia, un infortunio, un imprevisto, oppure perché una persona cara, o persino un animale che amiamo, ha bisogno di noi. Sono periodi in cui le difficoltà sembrano accumularsi e le giornate cambiano ritmo, quasi senza che nessuno dall'esterno ci faccia caso.

Eppure, ciò che più mi fa riflettere non è il peso delle situazioni in sé, ma la scoperta di quanta disattenzione ci circondi proprio quando avremmo bisogno soltanto di un ascolto vero, privo di pretese.


Sono una persona molto riservata e parlare della mia vita privata mi costa sempre parecchio. Di solito preferisco tacere. Ma ci sono momenti in cui quel silenzio rischia di essere frainteso e allora devo tentare di giustificare la mia assenza: perché pubblico meno, perché non partecipo agli eventi, perché mi allontano, almeno per un po', dalla vita sociale.

Così racconto qualcosa, ma solo a poche persone. Lo faccio con discrezione, senza entrare nei dettagli e senza chiedere aiuto. Mi limito a chiarire che sto attraversando un anno complicato e che, almeno per ora, la mia libertà di movimento, il mio coinvolgimento e il mio interessamento ad altro sono praticamente azzerati.

Dentro di me auspicherei frasi semplici:

«Hai bisogno di qualcosa?»

Oppure:

«Come posso esserti utile?»

O anche soltanto:

«Capisco. Non ti preoccupare.»

Non servono parole perfette. Basta sentire che qualcuno ha davvero compreso ciò che gli è stato confidato.

Invece, molto spesso, le risposte (se il discorso non finisce per gravitare attorno a lui/lei e alla sua vita) sono altre:

«Vieni quando vuoi.»

«Quando passi da queste parti ci si vede.»

«Dai, organizziamo una pizzata una di queste sere.»

Ed è proprio lì che rimango senza parole.

Perché significa una sola cosa: non hai ascoltato. Oppure hai ascoltato distrattamente, o, peggio ancora, non te ne frega niente.


Perché non serve trovare la soluzione ai problemi degli altri. Non serve avere la bacchetta magica. A volte basta ascoltare davvero quello che viene detto. O, semplicemente, fare lo sforzo di fare attenzione a ciò che quella persona sta cercando di comunicare.

Ed è sorprendente quanto, invece, questo accada di rado.


Credo, piuttosto, che tante volte ascoltiamo con troppa superficialità. Sentiamo le parole, ma ci sfugge il loro significato. Oppure rispondiamo in modo automatico, senza fermarci un istante a comprendere la realtà che l'altro sta vivendo.

E, allora, mi accorgo che questa riflessione va ben oltre la mia esperienza.


Quante volte succede?


Mentre qualcuno parla, la nostra mente è già impegnata a preparare la risposta. Cerchiamo il consiglio giusto, il controargomento, oppure aspettiamo semplicemente il nostro turno per raccontare qualcosa di noi.

A volte arriviamo perfino a completare le frasi dell'altro, convinti di aver capito dove voglia arrivare, salvo poi attribuire alle sue parole un senso completamente diverso.


Capiamo fischi per fiaschi.


Succede in famiglia.

Succede tra amici.

Succede sul lavoro.

Succede perfino con le persone che ci vogliono bene.

Basta osservare una tavolata tra amici o un pranzo di famiglia. Le conversazioni finiscono facilmente per trasformarsi in un intreccio di voci: ci si interrompe, ci si sovrappone, si fa a gara a chi grida più forte. E, quasi senza rendercene conto, smettiamo di ascoltare per il desiderio solo di parlare di questioni che, in fin dei conti, non interessano a nessuno.


Ma chi ascolta davvero?


Forse, l'ascolto attivo è diventato una delle competenze più rare del nostro tempo.

Siamo continuamente distratti dal telefono, dalle notifiche, dagli orari, dagli impegni, dalle preoccupazioni. È naturale avere la mente occupata da ciò che ci riguarda, ma proprio per questo diventa sempre più difficile fare spazio a ciò che vive qualcun altro.


La comunicazione è una responsabilità condivisa.

Comunicare non significa soltanto dire cose. Significa anche creare le condizioni perché il proprio messaggio possa essere compreso dal destinatario.

Se registro un messaggio vocale in mezzo al traffico o in un luogo rumoroso, non posso pretendere che ogni parola arrivi con chiarezza. Se scrivo in modo confuso, con abbreviazioni, errori, frasi spezzate e senza punteggiatura, è inevitabile lasciare spazio alle interpretazioni.

Quante volte abbiamo pronunciato frasi come:

«Non è quello che ho detto.»

Oppure:

«Non era questo che intendevo.»

O, ancora:

«Hai capito male.»?

Molti malintesi nascono proprio qui: tra ciò che volevamo dire e ciò che è arrivato all'altro.


Poi, esiste una situazione differente, e, forse, ancora più delicata.

Ho una persona di famiglia convinta che tra noi ci siano delle incomprensioni. Io, invece, non credo sia questo il punto.

In questo caso, la comunicazione è chiarissima.

Entrambe comprendiamo perfettamente ciò che l'altra dice.

La differenza è che lei definisce "incomprensione" il fatto che io non faccia ciò che desidera o che non le dica quello che vorrebbe sentirsi dire.

Questo non è un problema di comunicazione.

È un problema di aspettative.

Spesso etichettiamo come «non mi hai capito» ciò che, in realtà, significa «non sei d'accordo con me» oppure «non hai fatto quello che mi aspettavo da te».

Ma sono cose molto diverse.


Comprendere non significa obbedire.

Ascoltare non significa rinunciare al proprio punto di vista.

E rispettare qualcuno non implica necessariamente soddisfare ogni sua aspettativa.


Forse, dovremmo recuperare il valore dell'ascolto attivo: quello che non interrompe, non interpreta troppo in fretta, non cerca subito una risposta da dare, ma resta presente e focalizzato su di te anche quando si continua a pensarla diversamente.

Basterebbe un'abitudine tanto semplice quanto preziosa.

«Se ho capito bene, mi stai dicendo che...»

Una frase così rivoluzionaria da evitare molte discussioni, delusioni e rapporti incrinati.


Non è un mistero che la comunicazione richieda tempo, attenzione e anche un po' di umiltà. Richiede la disponibilità ad accettare che la nostra "traduzione" non sempre coincide con ciò che l'altro voleva davvero esprimere.


Nel mio libro Vivere in piena consapevolezza a 360° dedico un intero capitolo proprio alla comunicazione consapevole, perché credo che imparare ad ascoltare sia una delle abilità più preziose che possiamo coltivare.


Non si tratta soltanto di scegliere le parole giuste, ma di essere focalizzati, di verificare di aver compreso veramente, di distinguere un vero fraintendimento da un semplice disaccordo.


Forse, non riusciremo mai a eliminare del tutto le interpretazioni soggettive. Siamo esseri umani e continueremo a leggere il mondo attraverso la nostra visione.

Possiamo, però, fare una scelta: ascoltare con l'intenzione di esserci, non soltanto di fremere per rispondere.

Perché sentirsi ascoltati è uno dei bisogni più profondi dell'essere umano.

E, a volte, il dono più grande che possiamo fare a qualcuno non è un consiglio, una soluzione o un'opinione.

È un silenzio rispettoso, un sorriso, una pacca sulla spalla, un abbraccio.

Quello che lascia finalmente spazio all'esistenza dell'altro.



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