
Riflessi di Lydia
All’inizio quasi ti sembra strano. Non apri il social network, non aggiorni il profilo. Nessun pensiero da trasformare in immagini o parole. Poi arriva quella domanda che, probabilmente, conosci bene: «Ma se smettessi definitivamente, qualcuno se ne accorgerebbe?»
È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa. All’inizio quasi sembra strano. Non accendo il PC, non prendo il telefono, non apro il social network, non aggiorno il profilo. Nessuna nuova pubblicazione, nessuna newsletter da inviare e nessun articolo da finire. Nessun video da preparare, nessun pensiero da trasformare in immagini o parole prima che qualcun altro possa vederlo o leggerlo. E, dopo qualche giorno, arriva una domanda che, probabilmente, conosci bene anche tu: «Ma se smettessi definitivamente, qualcuno se ne accorgerebbe?»
Accade in un giorno o nell’arco di una settimana o di un mese: vivo qualcosa di significativo, mi capita un avvenimento straordinario, ho una conversazione interessante, commetto uno sbaglio, noto qualcosa di curioso e mi si accende la lampadina in testa: «Questo potrebbe diventare un buon spunto di riflessione.»
Poi mi metto davanti al pc, lo preparo e lo rendo pubblico online.
Finora avevo mantenuto un ritmo abbastanza costante, diversificando la destinazione di ogni contenuto: un post quotidiano su un social, un paio di contenuti a settimana su un altro, la newsletter ogni domenica, un articolo al mese su una piattaforma di publishing e blogging, una pagina del Diario a settimana, senza saltarne una.
Poi, ho deciso di fermarmi.
Avevo già programmato di concedermi una pausa lunga ed è stata decisamente la scelta giusta. Ho staccato davvero.
Ma c’è una cosa interessante che è successa durante questa pausa.
Quando ho deciso di smettere temporaneamente di pubblicare, sapevo che si potevano aprire due scenari: il primo era che nessuno se ne accorgesse; il secondo era che qualcuno mi scrivesse per chiedermi che fine avessi fatto.
Mi ha fatto molto piacere scoprire che si è verificato il secondo.
E, devo confessare, che questi messaggi mi hanno fatto pensare molto.
Quando fai qualcosa con continuità, per decenni, rischi quasi di dimenticarti che dall’altra parte dello schermo ci sono persone in carne e ossa, persone con le loro paure, le loro domande e le loro giornate storte, che leggono, riflettono e, a volte, applicano ciò che condividi.
Paradossalmente, ho dovuto interrompere la scrittura per qualche settimana per rendermi conto ancora meglio dell’impatto che queste pubblicazioni stavano avendo.
Oltre ad aver ricaricato le batterie, ho scoperto che i miei contenuti erano mancati a chi mi legge. Di questo sono davvero grata, perché credo che una dei timori che abbiamo tutti, soprattutto quando creiamo qualcosa e lo condividiamo pubblicamente, sia chiederci se a qualcuno importi veramente o se, sparendo da un giorno all'altro, nessuno ci farebbe caso.
In un certo senso, questa pausa ha dato una risposta a una domanda apparentemente innocua, ma che, in realtà, tocca un punto molto profondo del nostro modo di vivere: «Se smettessi di pubblicare online, qualcuno se ne accorgerebbe?».
Dietro questo interrogativo non c’è solo la curiosità digitale, c’è qualcosa di intimo:
«Conto qualcosa per qualcuno?»
«La mia presenza lascia una traccia?»
«Se domani non ci fossi, cambierebbe qualcosa?».
Quando vivi gran parte delle tue giornate online, è facile confondere la visibilità con l’importanza.
Pubblicare diventa una piccola prova quotidiana della tua esistenza: ci sei perché compari, esisti perché qualcuno mette un “Mi piace”, sei rilevante perché arrivano commenti; così, quasi senza accorgertene, inizi a misurare il tuo valore attraverso la reazione degli altri.
Poi, un giorno, ti fermi e scopri che per alcune persone non cambia assolutamente nulla. Nessuno scrive, nessuno chiede dove sei finito/a, nessuno sembra essersi accorto della tua assenza.
Se non sei consapevole, potresti interpretare quel silenzio come una sentenza: «Vedi? Non importava a nessuno».
Ma sei proprio sicuro o sicura che sia questa la verità?
Forse, il punto è un altro.
Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni, scrolliamo centinaia, se non migliaia, di contenuti al giorno e passiamo da una persona all’altra con un gesto del pollice.
Il fatto che qualcuno non reagisca non significa che non abbia ricevuto qualcosa da te. E, soprattutto, il fatto che nessuno si accorga immediatamente della tua assenza non significa che la tua presenza non abbia valore.
Questa distinzione è una delle più rilevanti che tu possa imparare, perché ti libera. Ti libera dalla necessità di essere continuamente visto o vista; ti permette di fare qualcosa di prezioso, senza dover controllare se qualcuno se ne sia accorto.
Puoi scrivere un articolo, commentare in maniera gentile, ascoltare attentamente, fare bene il tuo lavoro o esserci per una persona in difficoltà. Tutto questo può accadere senza che il mondo applauda. Anzi, molto spesso le cose che contano di più avvengono proprio così: nel silenzio, senza cuori, pollici in su o condivisioni.
E sono reali.
Imparare a non confondere ciò che è visibile con ciò che è importante è il passaggio più difficile del vivere in piena consapevolezza.
Per questo voglio girare questa domanda a te: «Ti sei mai chiesto o chiesta quante cose fai soltanto perché qualcuno possa accorgersene? E quante, invece, continueresti a fare anche se avessi la certezza che nessuno le noterà mai?».
Quando smetti di vivere per essere osservato/a, cominci finalmente a vivere per essere presente.
E c’è una differenza enorme.
Essere osservato/a significa cercare lo sguardo degli altri.
Essere presente significa accorgerti di ciò che sta accadendo mentre accade: la cena con chi ami, la passeggiata senza scattare selfie, una conversazione di ascolto attivo senza pensare a cosa rispondere, un momento di felicità che non senti il bisogno di condividere sui social.
È lì che comincia una forma diversa di consapevolezza.
A volte, devi smettere di esserci per accorgerti di quanto ci sei.
Quando interrompi una routine, vedi quanto spazio occupava. Quando lasci il telefono lontano, ti rendi conto di quante volte lo prendevi senza motivo. Quando smetti di pubblicare, scopri quanto del tuo valore avevi affidato al giudizio altrui. Ma puoi scoprire anche qualcosa di bellissimo: che una tua riflessione apparentemente piccola ha accompagnato qualcuno in una giornata particolare e che ciò che per te era un'abitudine, per qualcun altro aveva un significato. Anche se non ha mai commentato o messo "Mi piace", quella frase è rimasta.
Perciò, la domanda da farsi non è: «Quante persone mi stanno guardando?».
La domanda migliore, quella che vale la pena portare con te alla fine della giornata, è: «Come sto vivendo mentre nessuno mi guarda?».
Non conta quante persone hanno notato la tua presenza; conta quanto eri presente tu. Il vero obiettivo non è fare in modo che il mondo non possa fare a meno di te, ma imparare a non avere più bisogno di dimostrare continuamente che ci sei.
Puoi esserci senza esibirti, puoi dare senza ricevere immediatamente, puoi creare senza controllare il risultato, puoi fermarti senza sentirti in colpa. E puoi sparire per un po’, senza mai pensare di aver perso il tuo valore.
E puoi tornare, quando sarà il momento, con una consapevolezza nuova, poiché vivere in piena consapevolezza non significa essere sempre presenti agli occhi degli altri; significa esserci nella tua vita, anche quando nessuno se ne accorge.
Oggi prova a osservarti.
C’è qualcosa che stai facendo soltanto per essere visto o vista?
E cosa continueresti a fare, con la stessa cura, se fossi certo/a che nessuno lo saprebbe?
Forse, la risposta ti dirà qualcosa di significativo su dove stai mettendo la tua attenzione.
E, come sai, dove metti la tua attenzione, lì stai mettendo la tua vita.
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Se vuoi esplorare la bellezza di questi istanti privati e approfondire altre riflessioni sul nostro tempo, ti aspetto tra le pagine del mio libro Vivere in piena consapevolezza a 360°

