
Riflessi di Lydia
La libertà individuale sembra essere diventata, sempre più spesso, la libertà di fare ciò che ci pare senza preoccuparci delle conseguenze sugli altri. Ma cosa succederebbe se tutti ci comportassimo così?
A chi non piace ascoltare la musica a tutto volume, conversare a tutto campo in vivavoce, guardare video dal cellulare senza cuffiette, ascoltare la radio nel proprio giardino o dal proprio veicolo lasciato in sosta?
A me piace.
Mi piace l'idea di poter fare ciò che voglio, quando voglio, senza vincoli, senza dovermi preoccupare che qualcuno possa dirmi qualcosa. Mi piace, in teoria, quella libertà assoluta che non contempla regole, limiti, interferenze, richieste di moderazione.
Eppure non lo faccio.
Non perché abbia paura di un rimprovero, né perché tema che qualcuno possa dirmi che sto sbagliando. Semplicemente perché, prima ancora di chiedermi se POSSO fare una cosa, mi chiedo se quella cosa possa disturbare qualcun altro.
Infatti, qualcuno potrebbe lavorare, potrebbe dormire, potrebbe riposare, potrebbe avere bisogno di silenzio, potrebbe semplicemente voler stare in pace, concentrato sulle proprie cose.
Non è una rinuncia alla libertà. È la consapevolezza che la mia libertà non vive in uno spazio vuoto, ma dentro una comunità di persone che, esattamente come me, hanno diritto a vivere senza essere continuamente investite dalle conseguenze delle scelte altrui.
Siamo già abbastanza circondati dall'inquinamento acustico, che non abbiamo bisogno di aggiungerne altro per dimostrare a noi stessi e agli altri che esistiamo.
È una questione di buona EDUCAZIONE.
Una parola un po' quasi fuori moda, che, però, a me continua a piacere.
Da bambina, quando giocavo con le mie amichette all'aperto, mia madre faceva capolino e mi diceva di non urlare. Non perché non dovessi giocare, ma perché erano presenti anche altre persone intorno a me.
Quando andavo a casa di una compagna di classe, mi raccomandava di comportarmi bene. Quando andavo a scuola, di prestare attenzione alle lezioni. A tavola, sul divano o seduta da qualche parte, di stare composta.
In autobus mi faceva togliere le scarpe dai sedili. Mi insegnava a ringraziare, a salutare, a chiedere per favore.
Senza capricci. Senza drammi. Senza carenze di sorta.
Non erano imposizioni destinate a mortificare o inibire la mia personalità. Erano strumenti per insegnarmi a stare al mondo.
Questa si chiama buona educazione.
E la buona educazione non serve soltanto a crescere una persona con una certa dignità e con l'equipaggiamento necessario per diventare un adulto responsabile e consapevole. Serve, soprattutto, a riconoscere che non siamo i padroni dell'universo.
Interagiamo continuamente con persone che hanno bisogni, sensibilità, diritti e regole esattamente come noi.
Mi è stato insegnato, in sostanza, che la mia libertà doveva finire laddove iniziava quella degli altri.
Un concetto semplice, forse persino banale. Eppure, oggi sembra diventato terribilmente difficile da applicare.
Perciò, perché io dovrei considerare il fastidio che potrei provocare con i miei eventuali comportamenti, se gli altri non si preoccupano di fare altrettanto nei miei confronti?
Perché se io pretendo di mangiare al ristorante senza ritrovarmi una manina di bambino nel mio piatto, devo essere accusata di odiare i bambini?
Se vado a fare la spesa, perché dovrei accettare il rischio di investire con il carrello un bambino che corre senza controllo tra i reparti?
Se vado in vacanza per rilassarmi, perché dovrei sorbirmi pianti, schiamazzi e urla per ore, come se il mio desiderio di tranquillità fosse una pretesa assurda?
Se prendo un mezzo pubblico, perché devo subire conversazioni urlate, video ad alto volume, telefonate in vivavoce e podcast in sottofondo?
Se sono a casa mia, perché devo tollerare la musica del vicino che pota il giardino, il fumo della sua sigaretta che entra dalle mie finestre, i suoi figli che urlano sotto casa o le sue attività da falegname, saldatore o smerigliatore trasformate in una colonna sonora quotidiana?
E perché le festività, che per qualcuno rappresentano l'unica occasione per riposarsi, devono diventare per qualcun altro giornate lavorative in cui fare rumore come se intorno non abitasse nessuno?
Non sto dicendo che non si debba vivere.
Non sto dicendo che i bambini debbano stare immobili e muti, che non si possa ascoltare musica, fare lavori in casa, parlare, ridere, giocare, invitare amici o godersi il proprio giardino.
Sto dicendo una cosa elementare: misura.
La vita non può essere organizzata sulla base del principio secondo cui, se una cosa è lecita per me, allora deve essere obbligatoriamente tollerata da tutti gli altri.
Perché se tutti facessimo così, sai che baraonda? Anarchia assoluta.
Se tutti ascoltassimo i brani al volume che piace a noi, parlassimo al telefono in vivavoce nei luoghi pubblici, guardassimo video senza cuffie, lasciassimo correre i bambini ovunque, sbraitassimo in presenza degli altri, facessimo bricolage la domenica mattina, tagliassimo l'erba nelle ore di riposo, facessimo festa in strada a tutte le ore diurne e notturne, e considerassimo ogni rimostranza un attacco personale... che cosa rimarrebbe del concetto di convivenza?
Una giungla.
E nella giungla umana vince chi si fa più sentire, chi si esibisce nel suo spettacolino.
Ci hanno convinti che il rumore piaccia, che faccia compagnia, che sia sinonimo di vivacità, di vita, di gioia, di solarità.
No. Non è vero.
Questa falsa narrazione ha legittimato l'egoismo acustico, dove chi sceglie il silenzio o la moderazione viene sistematicamente colonizzato dall'invadenza altrui. Chi urla, chi alza il volume, chi impone la propria traccia sonora sul mondo si sente forte di un diritto acquisito, trasformando il rispetto dello spazio comune in una debolezza da calpestare.
Il problema è che, ormai, sembra quasi impossibile dire a qualcuno: «Cortesemente, potresti fare più piano?» senza rischiare di ricevere in cambio una reazione aggressiva, una ritorsione, una ripicca, un dispetto.
Non si può più osservare un comportamento senza che qualcuno trasformi immediatamente l'osservazione in un giudizio sulla tua persona.
«Tu odi i bambini.»
«Non hai un minimo di pazienza!»
«Non sei normale.»
«Se ti dà fastidio, ritirati in un eremo.»
«Se non ti sta bene, vai via.»
«Fatti curare.»
E così, improvvisamente, il problema non è più il comportamento che ha generato il disagio.
Il problema diventa colui o colei che ha osato segnalarlo.
È una curiosa inversione di prospettiva: chi disturba non deve interrogarsi sul proprio comportamento; deve essere chi viene disturbato a imparare a sopportare.
Chi subisce deve adattarsi.
Chi protesta deve tacere.
Chi chiede rispetto diventa intollerante.
Chi pretende di non essere infastidito diventa problematico.
E, allora, mi domando: quando abbiamo smesso di distinguere tra libertà e prepotenza, tra spontaneità e maleducazione, tra rispetto e rassegnazione?
Perché tollerare non dovrebbe significare accettare tutto indistintamente.
La tolleranza presuppone un confine. Se non esiste più alcun limite, non è tolleranza; è semplicemente un sopruso.
E io non credo che una società sana debba chiedere continuamente alle persone educate di sopportare quelle maleducate.
Anzi, dovrebbe essere proprio il contrario.
Dovremmo educare.
Non soltanto i bambini, ma anche noi adulti.
Dovremmo tornare a insegnare che chiedere scusa non significa essere deboli. Che ammettere un errore non diminuisce il nostro valore. Che dire «hai ragione» non è una sconfitta. Che cambiare idea non è una vergogna.
Dovremmo poter dire: «È colpa mia.»
Dovremmo poter dire: «Non ci avevo pensato.»
Dovremmo poter dire: «Grazie per avermelo fatto notare.» o «Scusa, non mi ero accorto di averti disturbato.»
E dall'altra parte dovremmo anche essere capaci di dire: «Capisco.»
Perché non tutto ciò che ci viene contestato è un'aggressione.
Non ogni osservazione è un'offesa.
Non ogni critica è una persecuzione.
Non ogni persona che esprime un malessere ci sta attaccando.
Abbiamo perso la capacità di metterci in discussione.
Siamo diventati talmente concentrati sul diritto di essere noi stessi da dimenticare che anche gli altri hanno il diritto di esserlo, anche in maniera differente dal nostro modo di concepirlo.
Il mio diritto alla musica non può cancellare il diritto di qualcun altro al silenzio.
Il mio diritto di parlare non può cancellare il diritto di qualcun altro alla quiete.
Il mio diritto di vivere la mia quotidianità non può trasformare la quotidianità degli altri in una continua prova di indulgenza.
E questo vale per tutto, non soltanto per i rumori.
Vale per gli spazi condivisi, per le code, per la strada, per i mezzi pubblici, per i luoghi di lavoro, per i negozi, per i ristoranti, per i condomini, per le vacanze, per Internet e per la maniera in cui comunichiamo.
Abbiamo sempre più bisogno di avere l'ultima parola e sempre meno bisogno di conversare.
Non si lascia più spazio al dubbio.
Non si considera più la possibilità che la propria opinione, scelta o convinzione non sia automaticamente la verità assoluta.
Non si accetta più che qualcuno possa pensarla diversamente senza essere sistematicamente un nemico.
E quando non sappiamo rispondere a un'argomentazione, troppo spesso rispondiamo con l'attacco sul personale.
Aggrediamo, denigriamo, insultiamo.
È più facile puntare il dito che guardarsi allo specchio.
È più facile accusare qualcuno di essere intollerante che chiedersi se, magari, abbiamo davvero esagerato.
È più facile dire «lo fanno tutti» che chiedersi se quel comportamento sia davvero corretto.
Ed è proprio qui il punto.
Se facessimo davvero tutti così?
Se tutti pretendessimo di poter fare sempre ciò che ci pare?
Se tutti considerassimo soltanto il nostro diritto e mai il nostro dovere?
Se tutti dicessimo «io sono fatto così» e pretendessimo che fosse il resto del mondo ad adeguarsi a noi?
Se tutti smettessimo di educare i nostri figli perché educare costa fatica?
Se tutti smettessimo di chiedere scusa perché ammettere di avere torto ci sembra un'umiliazione?
Se tutti confondessimo la libertà con l'assenza di responsabilità?
Non sarebbe una società più libera.
Sarebbe una società più chiassosa, più violenta, più boriosa e, alla fine, più sola.
Individualismo? Egocentrismo? Ignoranza? Miseria intellettuale? Menefreghismo?
Forse, un po' di tutto.
Ma, soprattutto, credo, una progressiva perdita del buon senso.
E il buon senso non è l'antagonista della libertà.
È ciò che permette alla libertà di convivere civilmente con quella degli altri.
Per questo continuo a pensare che essere educati non significhi essere fessi, essere garbati non significhi essere ingenui, essere rispettosi non significhi lasciarsi calpestare.
Significa avere abbastanza consapevolezza da capire che non siamo soli e non viviamo isolati.
Che ogni nostro gesto produce un effetto.
Che dietro una rimostranza potrebbe esserci qualcuno che ha le sue valide motivazioni, dietro una parete qualcuno che è ammalato o che dorme.
Su un autobus potrebbe trovarsi qualcuno che ha avuto una giornata già difficile, in un ristorante qualcuno che desidera semplicemente mangiare con calma, sotto le nostre finestre qualcuno che, magari, vorrebbe soltanto essere libero di poterle aprirle e respirare.
Di conseguenza, la domanda non dovrebbe essere: «Posso farlo?»
Dovremmo chiederci, invece: «Devo proprio farlo ora e in questa modalità, senza considerare nessun altro?»
È una differenza minuscola.
Ma da differenze minuscole nasce la civiltà; altrimenti, continueremo a costruire una società nella quale la persona educata, rispettosa, gentile e civile sarà quella costretta a sorbirsi tutto ciò che non sopporta, perché sarà sempre lei a dover comprendere, tollerare, resistere, accettare, rassegnarsi.
E a forza di adattarsi, finirà per chiedersi se sia davvero lei dalla parte sbagliata.
Io non credo che lo sia.
Credo semplicemente che ci sia qualcosa che abbiamo dimenticato.
Che vivere insieme non significa soltanto avere gli stessi spazi; significa imparare a non invadere continuamente quelli degli altri.
E se davvero la nostra idea di progresso è diventata quella di poter fare tutto ciò che vogliamo senza più dover rendere conto a nessuno, allora dovremmo fermarci un momento e domandarci dove stiamo andando.
Perché se questa è la società degli esseri umani, fatta di persone incapaci di accettare un rifiuto, un rimprovero, una richiesta, un limite, di riconoscere un errore, di scusarsi e di rispettare chi hanno accanto, allora sì, viene quasi da chiedersi se non siano davvero i robot umanoidi la nostra salvezza.
Almeno loro, forse, saranno programmati per dire:
«Scusa.»
«Hai ragione.»
«Mi dispiace.»
E magari, ironia della sorte, saranno proprio loro a doverci insegnare di nuovo come si sta al mondo.
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Da queste e altre riflessioni nasce il senso del mio libro Vivere in piena consapevolezza a 360° - Conoscere, comprendere e migliorare per cambiare intelligentemente la propria vita.
Perché cambiare non significa necessariamente rinunciare a ciò che siamo, ma imparare a comprendere meglio noi stessi, gli altri e il mondo in cui viviamo. Significa acquisire consapevolezza, mettere in discussione ciò che diamo per scontato, riconoscere i nostri errori e scegliere, con intelligenza, ciò che vogliamo diventare.
Se anche tu ti sei posto/a almeno una volta domande come queste, se senti che qualcosa nel modo in cui viviamo, comunichiamo e ci relazioniamo agli altri dovrebbe cambiare, ti invito a leggere il libro.

