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Una donna senza figli né carriera può essere felice?

Riflessi di Lydia

Sembra una domanda assurda. Eppure, per molte persone, la risposta non è affatto scontata.
Una donna che non desidera figli viene, spesso, invitata a ripensarci. Una donna che non lavora viene facilmente definita "mantenuta". Una donna sposata che sceglie di occuparsi della casa viene considerata una persona priva di ambizioni. Ma perché?

Stamattina, in palestra, ho parlato con una ragazza, novella sposa.

Una conversazione apparentemente normale, che, però, mi è rimasta dentro.

Mi raccontava quanto fosse difficile, per lei, spiegare alle persone (donne, soprattutto) perché si fosse sposata se né lei né suo marito non desideravano avere figli.

Spiegare perché le piace stare a casa, perché non sente il bisogno di lavorare fuori casa e controbattere a chi sostiene che una donna debba necessariamente avere un lavoro, essere economicamente indipendente, costruirsi una carriera e dimostrare continuamente di essere "realizzata".


Lei, invece, sta bene così.

Lei e suo marito non hanno problemi economici e questo le permette di dedicarsi alle sue passioni, alle attività che ama, ai suoi interessi, al suo tempo.

Non sta aspettando che inizi la sua vita.

La sta vivendo ORA.

Ed è proprio questo che alcune persone fanno fatica ad accettare.


Mi sono riconosciuta molto nelle sue parole. Non a caso, in passato, ho già scritto su questo argomento.

Abbiamo parecchio in comune e, proprio per questo, riesco a comprendere bene ciò che prova.

Anch'io, pur non essendo una casalinga nel senso tradizionale del termine, amo occuparmi della casa e considero quello che faccio tra le mura domestiche una parte importante della mia vita.

Non lo vivo come una rinuncia.

Non lo vivo come un ripiego.

E, soprattutto, non penso che una donna debba dimostrare di "contare" o essere "qualcuno" soltanto attraverso un lavoro stipendiato.

Da quella conversazione è nato uno spunto di riflessione che voglio condividere in questa pagina del Diario di una vita consapevole.


Per decenni abbiamo combattuto contro l'idea che una donna dovesse forzatamente badare al focolare, occuparsi dei bambini e rinunciare alla propria realizzazione al di fuori delle mura domestiche.

Ma... nel superare quel modello arcaico non dovremmo evitare di crearne uno opposto?


Sì, perché, oggi, una donna può sentirsi altrettanto giudicata se sceglie deliberatamente di non aderire al modello che sembra esserle richiesto: lavorare fuori casa, essere economicamente indipendente, costruirsi una carriera, essere sempre produttiva, destreggiarsi nel multitasking e, possibilmente, creare anche una famiglia.

La libertà, però, dovrebbe significare anche poter dire: «Questa vita non fa per me.»


Essere "childfree" (donna che decide di non volere figli) non è essere incompleta.


Non tutte le donne desiderano fare la madre.

Non è necessariamente una fase.

Non è necessariamente una paura.

Non è necessariamente qualcosa da "risolvere".

Per numerose donne, la maternità non fa parte del progetto di vita.

Questa scelta può essere difficile da comprendere per chi ha desiderato profondamente dei figli, ma comprendere una scelta non significa necessariamente condividerla.

Significa riconoscere che esiste.

E rispettarla.


E se una donna scegliesse di non lavorare?


Qui il giudizio diventa ancora più duro.

Una donna sposata che non ha un lavoro retribuito e si occupa della casa viene facilmente liquidata come una "mantenuta".

Ma essere economicamente sostenuti da qualcuno non coincide automaticamente con l'essere privi di valore.

Esistono coppie che scelgono consapevolmente un modello monoreddito.

Esistono famiglie che organizzano diversamente la distribuzione delle responsabilità.

Esistono persone che ricevono sostegno economico dalla famiglia di origine e/o sussidi dallo Stato.

Due pesi e due misure?

Il punto non è stabilire quale modello sia migliore.

Il punto è un altro:

perché continuiamo a giudicare il valore di una persona attraverso la sua capacità di generare figli e produrre reddito?

Una persona può contribuire a una relazione, a una famiglia, a una casa e alla propria vita in modi che non compaiono in una dichiarazione dei redditi.


Una scelta non deve diventare una giustificazione.


Il problema nasce quando una donna deve continuamente difendere la propria decisione.

«Non hai figli?»

Deve spiegare.

«Non lavori?»

Deve giustificare.

«Sei sposata e fai la donna di casa?»

Deve argomentare.

Come se ogni deviazione dal percorso attualmente in voga richiedesse un chiarimento.


Sarebbe sufficiente una sola domanda:

«Sei felice?»

Non quanto guadagni.

Non quanti risultati puoi esibire.

Non quanti figli hai.

Non quanto sei indaffarata.


Sei felice?


Perché il valore di una donna non si misura in una busta paga e non si dimostra mettendo al mondo dei figli.


Una donna dovrebbe poter scegliere la propria vita senza essere costretta a dimostrare il proprio valore attraverso ciò che produce, guadagna o genera.


La libertà vale anche quando non approviamo la scelta altrui.


Questo è uno dei temi che affronto nel mio libro Vivere in piena consapevolezza a 360°.



Non è un invito a tutte le donne a rinunciare alla carriera o a fare carriera.

Non è un invito a tutte le donne a non avere figli o a farne.

Non è nemmeno un modello alternativo da imporre come non plus ultra.

È una riflessione sulla libertà di scegliere, poiché una società veramente libera dovrebbe riuscire a tollerare anche le scelte che non accettiamo, che non condividiamo o che non avremmo mai fatto.

E questa è la provocazione più grande:

non dobbiamo avere tutti la stessa idea di vita per poter rispettare quella degli altri.


Se questo pensiero ti disturba, il mio libro non fa per te.

Se, invece, ti ha fatto venire almeno una domanda… dovresti leggerlo.


Vivere in piena consapevolezza a 360°.

Non prometto che ti lascerà esattamente come ti ha trovato.


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