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Pigrizia culturale

Riflessi di Lydia

Ti va di fermarti un secondo a riflettere su come parli? Perché, a volte, la più grande forma di libertà inizia proprio dal nome che decidi di dare alle cose.

Chi mi segue da un po' sa quanto io ami scavare dietro le abitudini che la società moderna ci impone di accettare a scatola chiusa. Oggi voglio ritornare su qualcosa che mi fa sempre riflettere (uno dei miei "riflessi"), che usiamo ogni secondo, ma a cui prestiamo pochissima attenzione: le parole.


Ho già scritto molto in passato su questo argomento (Ma quanto sono fastidiosi gli anglicismi? e anche Io parlo come mangio) e lo affronto anche nel mio ultimo libro Vivere in piena consapevolezza a 360° , perché la ruota gira ormai senza freni nella società moderna, fuori controllo.


Non si tratta di fare una lezione di grammatica o di dichiarare guerra alle lingue straniere, ma di accendere un piccolo riflettore su un meccanismo silenzioso.


Lo scenario in cui mi trovavo era questo: un bar-pasticceria, due giovanotti in camicia e cravatta, con aria disinvolta che parlavano a voce altissima. Zero rispetto per chi li circondava e le loro parole urlate dritto nel mio orecchio.


Il loro dialogo era, più o meno, questo:


«Ciao! Scusa il ritardo.»

«Figurati. Stamattina è stata un delirio. Prima un meeting, poi due call, una dietro l'altra. Il boss vuole quel task asap ed entro oggi mi ha chiesto un feedback sul layout. Non so se ho le skills per farlo.»

«Che burnout! Io invece sono un po' down. Non sono nel mood giusto. Ho dormito malissimo, lo vedi dal mio look. Meno male che adesso mi faccio un coffee break. Ho proprio bisogno di ritrovare il mio workflow

«Anch'io. Però facciamo una cosa fast, perché devo passare allo store. C'è un problema con il delivery e devo ritirare un pacco.»

«Io invece sto cercando casa. Ne ho vista una bellissima ready to live: location eccezionale, cucina open space, con un living enorme e un box davvero comodo. Era perfetta... peccato fosse over budget

«Dai, ho delle buone vibes. Vedrai che la trovi. E quando succede organizziamo un weekend con tutta la family

«Volentieri! Ah, hai già preso il ticket per il black friday? C'è un sacco di hype per quell'evento.»

«Sì. Io ho la card, ma all'ingresso puoi pagare anche cash

«Top! Sarà una bella experience. Un vero dream


Mentre sorseggiavo il mio tè al bancone (e incassavo anche qualche loro gomitata distratta), mi sono accorta di una cosa.

A parte le parolacce e gli intercalari triviali che ho omesso di trascrivere (e che meriterebbero una riflessione a parte), avevano parlato per diversi minuti. Ogni loro frase sembrava un mosaico costruito con pezzi italiani e pezzi inglesi.

Non stavano parlando inglese.

Non stavano parlando italiano.

Stavano parlando una specie di dialetto globale che sembravano accettare e nessuno sembrava trovare ridicolo.


Così, mi sono divertita a fare un gioco mentale.

Ho provato a tradurre tutto in italiano.


«Ciao! Scusa il ritardo.»

«Figurati. Stamattina è stata un delirio. Prima una riunione, poi due telefonate di lavoro, una dietro l'altra. Il capo vuole quel compito il prima possibile ed entro oggi mi ha chiesto un riscontro sulla struttura grafica. Non so se ho le competenze per farlo.»

«Che esaurimento! Io invece oggi sono un po' giù. Non sono nell'umore giusto. Ho dormito malissimo, lo vedi dalla mia cera. Meno male che adesso mi concedo una pausa caffè. Ho proprio bisogno di ritrovare il mio ritmo di lavoro.»

«Anch'io. Però facciamo in fretta, perché devo passare in negozio. C'è un problema con la consegna e devo ritirare un pacco.»

«Io invece sto cercando casa. Ne ho vista una bellissima, chiavi in mano: posizione eccezionale, cucina a vista, con un soggiorno enorme e un'autorimessa davvero comoda. Era perfetta... peccato fosse oltre il mio tetto di spesa.»

«Dai, ho delle buone sensazioni. Vedrai che la trovi. E quando succede organizziamo un fine settimana con tutta la famiglia.»

«Volentieri! Ah, hai già preso il biglietto per il venerdì nero? C'è un sacco di aspettativa per quell'evento.»

«Sì. Io ho la tessera, ma all'ingresso puoi pagare anche in contanti.»

«Fantastico! Sarà una bellissima esperienza. Un vero sogno.»


Funzionava tutto perfettamente.

Anzi, forse suonava persino "strano", talmente era semplice e lineare.


Quindi, che necessità avevano di parlare in quel modo?


E allora mi è venuta un'altra domanda.


Ma ci rendiamo conto di come ci siamo ridotti a comunicare?


La verità è che ormai ogni tre parole, due devono essere inglesi.


Non perché l'italiano non abbia il termine giusto.

Non perché sia impossibile esprimere lo stesso concetto.

Non perché la nostra lingua sia povera di vocaboli.


Semplicemente perché quelle parole le abbiamo sentite in televisione, in rete, in compagnia di amici e colleghi, in ufficio, nelle pubblicità, in conferenza. E, a forza di ascoltarle, finiscono per sembrarci naturali.


Così le ripetiamo in automatico, come i bambini che imparano una filastrocca o come pappagalli, senza domandarci se siano davvero le parole che ci appartengono.


La lingua cambia, è sempre accaduto. Accoglie termini nuovi, si evolve, prende in prestito concetti da altre culture. Non è questo il problema. Nessuna lingua è rimasta immobile nella storia.


Il punto è quando smettiamo di accorgercene e di scegliere.


Quando meeting esce dalla bocca prima ancora che ci venga in mente "riunione".

Quando diciamo location invece di luogo, challenge invece di sfida, mindset invece di mentalità, deadline invece di scadenza,

fake news invece di notizie false,

background invece di retroterra,

feedback invece di riscontro.


Perché lo facciamo? Perché è indispensabile o semplicemente perché è di comune usanza?


A quel punto non è più un'opzione consapevole, ma un riflesso condizionato che non passa dal pensiero.


Spesso, chi infila un anglicismo lo usa per imitazione, come un accessorio di moda, perché sembra giovane, moderno, professionale, internazionale.

È come indossare la giacca di qualcun altro con il suo marchio bene in vista, sperando che racconti qualcosa di noi.


Ma le parole sono molto più di un vestito; sono la materia con cui costruiamo i nostri pensieri.

Con esse diamo forma alle idee e un nome alle emozioni.

Per questo il linguaggio non è un dettaglio, ma lo specchio fedele della nostra identità.


Se rinunciamo alle parole della nostra lingua, smettiamo anche di esercitare la libertà di pensare con la nostra testa. E il giorno in cui smettiamo di riflettere autonomamente, rischiamo di dimenticare, un po' alla volta, chi siamo.


C'è una differenza enorme tra il decidere con consapevolezza un vocabolo e il limitarsi a ripeterlo solo perché è di tendenza.


Forse, il problema non è dire sold out invece di "tutto esaurito".

Il problema è non accorgersi di averlo fatto.


Non è una battaglia contro l'inglese, che resta una lingua utile.

Il problema non è il prestito linguistico; è l'automatismo.


Le parole non sono mai innocenti. Ognuna porta con sé un modo di vedere il mondo.

Ecco perché vale la pena fermarsi, ogni tanto, ad ascoltare come ci esprimiamo. Non per eliminare ogni termine straniero, ma per recuperare qualcosa di fondamentale importanza: la scelta consapevole della parola che esprime esattamente ciò che vogliamo dire e come vogliamo raccontarci agli altri.

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